venerdì 28 marzo 2008

mercoledì 12 marzo 2008

Repressione monaci tibetani

IL MANIFESTO del 11 Marzo 2008

Divieti in serie

L'India ferma la marcia degli esiliati tibetani. Vietate anche in Nepal, con botte e arresti, e in Grecia le celebrazioni contro la Cina

di Angela Pascucci

Bloccati in India, picchiati e arrestati in Nepal, circoscritti in Grecia. Una serie di amari rifiuti, ieri, per gli esiliati tibetani nel mondo che ce l'avevano messa tutta perché quest'anno assumesse particolare rilevanza e ampiezza la rituale celebrazione dell'anniversario, il 49esimo, della fallita rivolta anti cinese del 1959 alla quale fece seguito la fuga del Dalai Lama e di altre migliaia di tibetani da Lhasa verso l'India, dove sono rimasti in esilio. Le iniziative organizzate erano molteplici perché in quest'anno di Olimpiadi l'attenzione mondiale è particolarmente concentrata sulla Cina e gli esiliati tibetani, che protestano anche contro l'attribuzione dei Giochi a Pechino, sperano in una maggiore risonanza delle proprie iniziative volte a denunciare quella che essi definiscono l'illegale occupazione cinese della loro terra, la repressione continua e lo stravolgimento della religione e della cultura tibetana. Con tutta evidenza, una causa che ieri non ha trovato, almeno a livello ufficiale, molti difensori che scendessero in campo a sfidare la Cina, come invece ha fatto la pop star islandese Bjork nei giorni scorsi cantando «Indipendenza per il Tibet» addirittura a Shanghai.A Dharamsala ieri, si è dispiegata la potenza di Cindia. Nella capitale storica del governo tibetano in esilio si erano riuniti 101 rifugiati dal Tibet. Monaci, monache ma anche giovani nati sul territorio indiano, determinati a iniziare una lunga marcia di sei mesi per raggiungere il confine cinese in nome del diritto di «tornare nella nostra patria». Intorno a loro, a sostegno dell'iniziativa, alcune centinaia di sostenitori indiani ed occidentali (fra i quali una delegazione del partito radicale italiano) erano arrivati per assistere alla partenza del gruppo. Che però non è andato troppo lontano. La polizia ha ricevuto dal governo centrale di Nuova Delhi un ordine di restrizione che non ha consentito loro di varcare neppure i confini del distretto di Kangra. In Nepal, a Katmandu, un migliaio di manifestanti tibetani intenzionato a portare la protesta fino all'ambasciata cinese al grido di «Tibet libero» si è scontrato con la polizia che aveva avuto dal governo l'ordine di non consentire manifestazioni anti cinesi; 80 persone sono state arrestate, riporta la Bbc.In Grecia, a Olimpia, i manifestanti pro Tibet si sono visti negare l'accesso al sito dove si trovano le rovine dell'antica città all'interno del quale intendevano accendere una simbolica torcia olimpica, anticipando l'accensione ufficiale della fiaccola prevista per il 24 marzo. La cerimonia tibetana si è dovuta svolgere all'esterno del recinto. «E' la prova della vasta influenza dello stato cinese» ha dovuto constatare Tendon Dahortsang, dell'Associazione per la gioventù tibetana in Europa. Le iniziative non sembrano aver avuto l'avallo ufficiale del Dalai Lama. Nel suo discorso per l'anniversario, il leader spirituale, che diversamente dagli esiliati da qualche tempo sostiene posizioni autonomiste e non indipendentiste, ha ripetuto ieri le sue denunce contro Pechino. «In Tibet» ha detto «la repressione continua ad aumentare con numerose, inimmaginabili e grossolane violazioni dei diritti umani». Ha tuttavia riconosciuto che la Cina è diventata «una grande potenza. Questo deve essere visto con favore». Ha ricordato di aver sostenuto l'attribuzione dei Giochi a Pechino ma, ha detto «oltre a mandare i propri atleti, la comunità internazionale dovrebbe ricordare al governo cinese questi problemi».A suo modo, anche Pechino cavalca le Olimpiadi per sostenere la propria causa in Tibet. Le celebrazioni ufficiali prevedono infatti che in un giorno del prossimo maggio un alpinista cinese brandirà la fiamma a 8848 metri d'altitudine, sulla sommità dell'Everest. Una equipe della televisione ufficiale cinese è naturalmente pronta a seguire in diretta, fin dove sarà possibile, la scalata.

TIBET: ESPLODE LA RIVOLTA BUDDISTA

Dieci anni dopo le ultime repressioni la folla amaranto sfida nuovamente il regimeTibet

Esplode la rivolta buddista
La polizia arresta settanta monaci

di RAIMONDO BULTRINI

DHARAMSALA - Dopo i monaci buddisti birmani è la volta dei loro compagni di fede del Tibet. Per la prima volta a distanza di dieci anni dalle repressioni cinesi dell'88 e '89, l'esercito in amaranto dei grandi monasteri di Lhasa è sceso in strada in occasione del 49esimo anniversario della fallita rivolta contro l'occupazione delle truppe di Pechino. Tra i 3 e i 400 religiosi, usciti da due dei più grandi complessi di studio e preghiera attorno alla capitale tibetana, hanno sfilato in corteo chiedendo il rilascio di un gruppo di religiosi e laici arrestati a ottobre con l'accusa di aver inneggiato alla consegna della medaglia d'oro del Congresso americano al Dalai Lama, e per chiedere il ritorno in Tibet del loro leader spirituale esule nella città di Dharamsala, in India. In una serie di contraddittorie dichiarazioni, diverse autorità cinesi hanno prima smentito poi ammesso di aver effettuato degli arresti. Secondo un portavoce del ministero degli Esteri "qualche monaco ignorante di Lhasa, sostenuto da un manipolo di persone, ha commesso delle illegalità con l'intenzione di sfidare la stabilità sociale, e sarà punite secondo la legge". Per minimizzare ulteriormente, il capo del governo tibetano Champa Phuntsok ha detto che "non è davvero successo niente, ogni cosa è a posto". Ma Radio Free Asia cita fonti locali che parlano di oltre 70 arresti, alcuni dei quali effettuati in pieno centro di Lhasa, nell'affollata area del Barkhor dove pellegrini da tutto il Tibet giungono prostrandosi di fronte alle enormi immagini dei Buddha custodite nel tempio Jockang. Tra questi anche un lama "reincarnato" e diversi altri cittadini dei quali i siti web del dissenso hanno diffuso nomi e cognomi. Notizie di proteste sono giunte anche dalla remota regione dell'Amdo, dove numerosi cittadini avrebbero boicottato una funzione ufficiale nel distretto di Mangra e gridato alla Lunga vita del Dalai lama, originario di queste montagne. Il vento della rivolta, che secondo i tibetani esuli di Dharamsala soffierà fino ai Giochi Olimpici, è partito lunedì dal monastero di Drepung, la più grande delle istituzioni religiose a pochi chilometri dalla capitale del Tibet. Costruito come una cittadella con centinaia di edifici, un tempo ospitava oltre settemila monaci. Oggi sono meno della metà e i più ribelli vengono costretti a seguire corsi di "rieducazione" politica. Oltre trecento di loro hanno tentato di marciare verso il leggendario Palazzo Potala, ex dimora del Dio Re, ma sono stati bloccati a arrestati in massa. In misura minore anche i monaci di Sera sono riusciti a uscire dal perimetro del monastero, e alcuni hanno raggiunto i manifestanti del Barkhor, prima di venire fermati e - alcuni di loro - arrestati. Secondo i siti del dissenso, da lunedì pomeriggio tutti i più grandi centri religiosi sono stati circondati dalla polizia, nel timore che questi inediti e rischiosi focolai di ribellione possano prendere piede su tutto l'altipiano occupato 60 anni fa dalle truppe dell'esercito popolare. In realtà la prospettiva delle Olimpiadi aperte ai mass media di tutto il mondo sembrano aver offerto ai tibetani dentro e fuori dal paese un'occasione unica, come non si presentava da anni. Oltre alle proteste di Katmandu - durante le quali oltre 150 monaci e civili sono stati feriti dalla polizia - continua nonostante il divieto delle forze dell'ordine la marcia di un centinaio di tibetani esuli partiti lunedì da Dharamsala con l'intenzione di attraversare il confine del Tibet cinese alla vigilia dei Giochi in agosto. (12 marzo 2008)

da repubblica.it

martedì 11 marzo 2008

LA MARCIA E' INIZIATA ..ed anche gli arresti

TIBET/ DHARMSALA BLOCCATA, DALAI LAMA ATTACCA PECHINO -
Toni insolitamente duri del leader spirituale in vista Olimpiadi
Dharmsala (India), 10 mar. (Apcom) -

Il Dalai Lama ha denunciato con forza la repressione cinese in Tibet, con dichiarazioni insolitamente dure e rilasciate nel giorno del 49esimo anniversario del suo esilio in India, ma soprattutto a cinque mesi dai Giochi olimpici a Pechino. Il premio Nobel per la Pace 1989 e leader spirituale dei tibetani, che da qualche mese gode di un rinnovato sostegno in Occidente, ha attaccato le "enormi e inimmaginabili violazioni dei diritti umani" commesse dalla Cina in Tibet, che arrivano a "negare la libertà religiosa": "Dopo circa sei decenni, i tibetani vivono in uno stato permanente di paura e sotto la repressione cinese", ha dichiarato Tenzin Gyatso di fronte ai suoi sostenitori raccolti a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio nel nord dell'India. Affermazioni pesanti, pronunciate 49 anni dopo aver abbandonato Lhasa e in contrasto con i toni più moderati adottati nei confronti della Cina negli ultimi anni, anche se il Dalai Lama accusa regolarmente Pechino di mettere in pratica un'"aggressione demografica" a causa della colonizzazione accelerata del Tibet che sta portando l'area a un "genocidio culturale". Una centinaia di tibetani in esilio in India, che oggi hanno iniziato una marcia simbolica da Dharmsala, sono stati bloccati dalla polizia che ha impedito loro di proseguire verso il Tibet. "Abbiamo ordinato ai manifestanti di non lasciare il distretto di Kangra e se non rispetteranno l'ordine, saranno adottate misure necessarie", ha dichiarato il capo della polizia locale, precisando che si tratta dei desideri di Nuova Delhi. Tra i dimostranti anche una delegazione di radicali, tra cui il segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio d'Elia. Sempre oggi, nel vicino Nepal, un centinaio di rifugiati tibetani (una decina secondo altre fonti, ndr) sono stati arrestati dopo gli scontri con la polizia a Katmandu mentre tentavano di raggiungere la sede dell'ambasciata cinese. Più di mille dimostranti hanno sfilato a Nuova Dehli, alcuni di loro avvolti in garze sporche di sangue finto e con la sagoma degli anelli olimpici al collo, a rappresentare delle fiaccole olimpiche umane insanguinate. Il leader spirituale dei tibetani, ha tuttavia riaffermato il diritto di Pechino a organizzare i Giochi ad agosto, dopo che il capo del Parito comunista cinese della regione autonoma del Tibet l'ha accusato di tentare di "sabotare questo evento" sportivo mondiale. L'uomo fuggito dal Tibet nel 1959 dopo la fallita rivolta anti-cinese, ha da tempo abbandonato le rivendicazioni di un'indipendenza, ma non si stanca di chiedere un'"ampia autonomia" per tutelare la lingua, la cultura e la natura di questo territorio himalayano. "In questi ultimi anni, il Tibet è stato il teatro di una dura repressione e di brutalità sempre peggiori. Malgrado questi sfortunati sviluppi, rimango convinto a proseguire la mia politica della 'via di mezzo'", ha garantito. Secondo molti, il Dalai Lama, frustrato di fronte al rifiuto della Cina di discutere di un'autonomia "culturale", sta esercitando pressioni su Pechino in vista delle Olimpiadi, moltiplicando le sue apparizioni sulla scena internazionale. da:www.TibetanUprising.org :KATHMANDU-Le autorità cinesi oggi in Tibet hanno arrestato decine di monaci tibetani che inscenavano una marcia di protesta nel capoluogo regionale, Lhasa.Una fonte autorevole, che ha rifiutato di essere identificata detta RFA's (servizio tibetano) parla di 300 monaci fuori dal monastero di Drepung in Lhasa circa 10 km (5 miglia), in piedi al centro della città.Autorità a un checkpoint hanno interrotto il cammino e arrestato tra il 50 e il 60 monaci,secondo la fonte. Testimoni raccontavano di aver visto circa 10 veicoli militari, 10 veicoli della polizia, e ambulanze al checkpoint.Nessuna informazione è disponibile su dove i monaci sono stati presi e perché le ambulanze siano stati convocate. Un altro testimone ha riferito che i veicoli ufficiali hanno poi bloccato la strada di accesso al monastero di Drepung, e che molti monasteri attorno a Lhasa erano circondati da membri dei paramilitari People's e polizia armata.11 arrestati sono stati identificati e questi i loro nomi: Lobsang Ngodrub, Lobsang Sherab, Lodroe, Sonam Lodroe, Lobsang, Tsultrim Palden, Geleg, Pema Karwang, Zoepa, Thubdron, and Phurdan. No further details were available.