domenica 15 aprile 2012

LO SCOPO INCOFFESSATO DELLA RIFORMA DEL LAVORO

DI ALBERTO BAGNAI


goofynomics.blogspot.it

DA:  www. ComeDonChisciotte.org

La letteratura economica fornisce una semplice spiegazione di quanto sta accadendo oggi in Italia. L’economia ci dice che lo scopo (inconfessato) della riforma del mercato del lavoro deve essere quello di causare un incremento della disoccupazione. Un (ulteriore) incremento del tasso di disoccupazione si rende necessario per un motivo molto semplice: la curva di Phillips. La curva di Phillips stabilisce che la crescita dei salari è in relazione inversa rispetto al tasso di disoccupazione, una relazione individuata da A.W. Phillips nel 1958.



Questa relazione non è mai stata posta seriamente in discussione nella letteratura empirica, come ci ricorda Jeffrey Fuhrer. Non sorprende quindi che gli economisti ne facciano tuttora uso per prevedere l’inflazione (Fendel, Lis e Rulke), ed è assolutamente evidente che il governo italiano sta facendo altrettanto.






In tutta evidenza, i fautori della riforma si aspettano che un innalzamento del tasso di disoccupazione moderi la crescita dei salari e quindi il tasso di inflazione. Ciò contribuirebbe a ristabilire la competitività di prezzo dei prodotti italiani e quindi a riequilibrare gli sbilanci esterni che sono alla radice della crisi dell’eurozona, come spiega ad esempio Martin Wolf. Tra l’altro, questo è uno dei motivi per i quali i mercati finanziari, che credono in questo meccanismo (come ci ricordano Fendel et al. in un altro lavoro), potrebbero accogliere con favore un innalzamento della disoccupazione in Italia.






L’unico piccolo problema con questo approccio è di natura politica, non economica. Il ragionamento del governo è impeccabile da un punto di vista economico. Il suo unico (trascurabile?) difetto è che nessun membro del governo sta dicendo la verità, ovvero che lo scopo immediato e inconfessabile di una riforma altrimenti insensata è quello di far aumentare la disoccupazione.



(indubbiamente pensare in inglese aiuta a essere lapidari)





Alberto Bagnai

Fonte: http://goofynomics.blogspot.it

Link: http://goofynomics.blogspot.it/2012/04/lo-scopo-inconfessato-della-riforma-del.html

12.04.2012

domenica 13 febbraio 2011

SE NON ORA QUANDO !


COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.



Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.



Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.


Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.



Art. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.


Art. 6.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.



I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.



Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.



I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.



Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.



Art. 10.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.



Art. 11.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.



Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.


......
Art. 54.



Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.
I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.



giovedì 10 febbraio 2011

CHI SIAMO NOI PER GIUDICARLO

Porto all'attenzione questo articolo di Stefano Cappellini perchè,  tra le altre cose, ben chiarisce la posizione di chi "non ama dispensare giudizi morali e non andrà in piazza; non nutre riserve intellettuali sul sesso libero, compreso quello di Berlsuconi, e che però vorrebbe rimanere alla sostanza dei fatti che lo riguardano...

dal Riformista del 10 febbraio 2011

Chi siamo noi  per giudicarlo



di Stefano Cappellini

Silvio Berlusconi è innocente fino a prova contraria. Silvio Berlusconi ha diritto a non essere processato pubblicamente da tribunali della morale, siano essi mediatici o politici. Detto questo...



Silvio Berlusconi è innocente fino a prova contraria. Silvio Berlusconi ha diritto a non essere processato pubblicamente da tribunali della morale, siano essi mediatici o politici. Detto questo, tra una disputa e l’altra sull’azionismo, su Montesquieu e i poteri dello Stato, sui lasciti del femminismo, si può dire che Silvio Berlusconi avrebbe già dovuto da tempo dimettersi dalla presidenza del Consiglio? Un primo ministro non può telefonare in Questura e sollecitare trattamenti di favore a persone, incidentalmente minorenni, che hanno allietato le sue serate. Non può organizzare festini arruolando decine di escort perché espone al ricatto e al rischio se stesso e la carica che ricopre. Non può selezionare le candidature nelle liste del suo partito sulla base delle frequenze al bunga bunga. Si potrebbe continuare.

Davanti a questo catalogo, che sarebbe costato il pensionamento a qualunque altro capo di governo europeo, i difensori del Cavaliere hanno percorso tre strade. La prima specie di difensori, i negazionisti, hanno appunto negato: tutte invenzioni. Le cene? Innocue ed eleganti serate. Le buste alle ragazze? Beneficenza di un uomo dal cuore d’oro. Il bunga bunga? Una vecchia barzelletta di Bisio, cosa avevate capito? Quando è apparso chiaro pure ai più ottusi difensori che questa linea non reggeva nemmeno sui titoli del Tg4, anzi di questi tempi soprattutto sui titoli del Tg4, è scesa in campo una più attrezzata categoria: gli storicisti. Loro non negano nulla, o quasi.

Con le orge con le prostitute (Silvio, dicono, ha gioia di vivere), non l’inopportunità dei suoi comportamenti rispetto alla carica («Siamo in mutande», ha scritto Giuliano Ferrara, ideologo principe della categoria), non la necessità di porgere all’opinione pubblica versioni dei fatti meno inverosimili e magari anche scuse per quanto emerso. Per gli storicisti, però, tutto va inquadrato in un piano di ventennale guerra della magistratura a Berlusconi, il quale avrà pure esagerato, ma è finito vittima dell’ennesima arbitraria e faziosa vendetta dei pm. Insomma, guai a darla vinta a Ilda Boccassini.

Ma nemmeno questa trincea, un po’ più solida della precedente, ha retto del tutto. Perché tu puoi pure sostenere (e c’è del vero) che in Italia la magistratura ha sconfinato spesso e volentieri, puoi provare a dire che la Procura di Milano, quando c’è di mezzo Berlusconi, si accanisce più del dovuto, ma poi devi fare i conti col fatto che i primi a non essere tanto convinti che gli ultimi reati contestati siano invenzioni paiono proprio i legali del premier. Se non ha mai «avuto colloqui diretti con Ruby» (così Berlusconi pochi giorni fa), se la ragazza ha solo partecipato a innocenti tavolate, perché ora il premier e i suoi legali sono furiosamente impegnati a dimostrare, a dispetto dell’evidenza, che Ruby era maggiorenne? E ancora: dicono i legali che Silvio Berlusconi era seriamente convinto che la ragazza fosse la nipote di Mubarak. E il dramma è che il Parlamento italiano ha votato la scorsa settimana un documento in cui questa tesi è messa nero su bianco. Evidentemente, quella telefonata alla Questura di Milano non era così ordinaria e giustificabile se oggi Ghedini e soci provano a fare bere al paese una verità come questa, che espone il Capo a una poco invidiabile alternativa di giudizi: o mente o è un minus habens, uno sprovveduto cui si può far credere qualunque cosa. Propendiamo per la prima ipotesi.

Ma la trincea degli storicisti anti-pm non ha retto perché questa vicenda ha smosso qualcosa di profondo nell’immaginario del paese, ed è difficile convincere e trascinare le folle spiegando che tutto l’ambaradan che tiene ostaggio il paese si riduce a un match Boccassini vs. Berlusconi. Infatti, da qualche giorno, agli storicisti si sono affiancati gli amoralisti. In molti casi si tratta delle medesime persone che si sono già prodotte nei filoni precedenti. Gli amoralisti sono quelli che, più o meno biblicamente, la buttano sul “chi siete voi giudicare?”. L’obiettivo di questa ultima specie di difensori a oltranza di Berlusconi è dimostrare che la lettura del Rubygate è irrimediabilmente guastata dalle turbe, i ritardi, i complessi, le ipocrisie della sinistra. Ci sono cattolici come Maurizio Lupi o neo-confessionali come Eugenia Roccella i quali spiegano che non ha titolo per biasimare Berlusconi chi ha aperto la via al libertinismo sessuale e che Berlusconi è, tutt’al più, il prodotto più puro del sessantottismo, della «morale liberata». Bene, ci sarebbe da dir loro a prenderli sul serio, visto che chiedete ai sessantottini di prendersi le proprie colpe, chiedete al loro “figlio” di farsi da parte: se siete convinti che il Sessantotto sia la rovina generale, combattetelo ora che ha occupato Palazzo Chigi, no? Ovviamente no.

Ma non è finita. Perché poi arrivano le femministe, o ex femministe, e gli ex comunisti in affari, che ti spiegano che se il 13 febbraio le donne scendono in piazza calpestano proprio gli ideali di un tempo, di quando eravamo libertari e garantisti, spregiudicati e intellettualmente aperti. Anche per loro, in fondo, Berlusconi è figlio del Sessantotto, ma in questo caso la cosa è ben vista: il Cavaliere a Palazzo Chigi è l’immaginazione al potere (e vagli a dare torto).

Questo incrociare di lame intellettuali e accademiche – affascinante, per carità – ha prodotto l’effetto di una cortina fumogena. Alla sbarra del dibattito mediatico non c’è più Berlusconi ma il “compagno” sciovinista, la femmina benpensante, l’azionista parruccone. E a noi, che in questa storia non abbiamo mai voluto dispensare giudizi morali, che non andremo in piazza, che non nutriamo riserve intellettuali sul sesso libero, compreso quello di Berlsuconi, e che però vorremmo rimanere alla sostanza dei fatti che lo riguardano, viene comunque da chiederci se debba poi sentirsi così reazionario quel maschio o quella femmina che mal pensa di una ragazza che si concede al ricco e potente per ricavarne un vantaggio sociale oltre che materiale. O se debbano sentirsi codine quelle donne che manifesteranno un po’ scocciate che la parlamentare, la consigliera regionale o l’eurodeputata siano tali perché, parafrasando una nota battuta, «sotto la quarta misura non è vera politica». Ma non vogliamo addentrarci su questa strada. Significherebbe dar man forte ai nuovi difensori del Cavaliere.

Solo un’ultima notazione. La sinistra ha sì una grossa colpa in questa vicenda. Non si è fatta trovare pronta all’appuntamento e continua non esserlo. Se oggi i difensori del Cavaliere possono attaccarsi alle sgrammaticature di un Saviano o ai moralismi di qualche lady sofisticata, è perché, pur con Berlusconi ridotto com’è, dall’altra parte non c’è un’alternativa credibile, che avrebbe potuto rimuoverlo con un soffio: non c’è un progetto politico definito né una coalizione né un candidato premier. E almeno in questo caso, per fortuna, nessuno si è ancora azzardato a darne la colpa al Sessantotto.

martedì 8 febbraio 2011

Il fantasma azionista

PER APPROFONDIRE:


da La Repubblica del 8/2/2010

Il fantasma azionista
Gli attacchi di Ferrara a Zagrebelsky. L'ossessione della nuova destra nei confronti dell'"azionismo torinese", quasi la torinesità fosse un'aggravante politica misteriosa, una malattia ideologicadi

di EZIO MAURO





L'UNICA cosa su cui vale la pena ragionare, nell'attacco furibondo di Giuliano Ferrara a Gustavo Zagrebelsky, dopo la manifestazione di "Libertà e Giustizia" 1 di sabato scorso a Milano, non sono gli insulti - di tipo addirittura fisico, antropologico - e nemmeno la rabbia evidente per il successo di quell'appuntamento pubblico che chiedeva le dimissioni di Berlusconi: piuttosto, è l'ossessione permanente ed ormai eterna della nuova destra nei confronti della cultura azionista, anzi dell'"azionismo torinese", come si dice da anni con sospetto e con dispetto, quasi la torinesità fosse un'aggravante politica misteriosa, una tara culturale e una malattia ideologica invece di essere semplicemente e per chi lo comprende, come ripeteva Franco Antonicelli, una "condizione condizionante".



Eppure la storia breve del Partito d'Azione è una storia di fallimenti, che nel sistema politico ha lasciato una traccia ormai indistinguibile. Gli ultimi eredi di quell'avventura, nata prima nella Resistenza e proseguita poi più nelle università e nelle professioni che nella politica, sono ormai molto vecchi, o se ne sono andati, appartati com'erano vissuti, in case piene di libri più che di potere. Ma l'idea dev'essere davvero formidabile se ha attraversato sessant'anni di storia repubblicana diventando il bersaglio dell'intolleranza di tutte le destre che il Paese ha conosciuto, vecchie e nuove, mascherate e trionfanti, intellettuali e padronali: fino ad oggi, quando si conferma come il fantasma d'elezione, fisso e ossessivo, persino di questa variante tardo-berlusconiana normalmente occupata in faccende ben più impegnative, personali ed urgenti.


È un'ossessione che ritorna, periodicamente: la stessa destra si era già segnalata nel rifiutare pochi anni fa il sigillo civico di Torino ad Alessandro Galante Garrone, uno dei pochi che non aveva mai giurato fedeltà al fascismo, come se questa fosse una colpa nell'Italia berlusconiana. Oppure nel trasformare la lettera di supplica al Duce firmata da Norberto Bobbio in gioventù in un banchetto politico, moralista, soprattutto ideologico: tentando, dopo che il filosofo rifece pubblicamente i conti della sua esistenza (proprio sul "Foglio" di Ferrara) di rovesciarne la figura nel suo contrario, annullando la testimonianza di una vita per quell'errore iniziale, in modo da poter affermare una visione del fascismo come orizzonte condiviso o almeno accettato da tutti, salvo pochi fanatici, una sorta di natura debole italiana, nulla più.


Oggi, Zagrebelsky, e si capisce benissimo perché. Quando la cultura si avvicina alla politica e la arricchisce di valori e di ideali, cerca il nesso tra politica e morale, si rivolge allo spirito pubblico, invita alla prevalenza dell'interesse comune sul particolare, scatta il vero pericolo, in un'Italia che si sta adattando al peggio per disinformazione, per convenienza o per pavidità. Quando ritorna la cifra intellettuale dell'azionismo, che è il tono della democrazia classica, e si avverte che quell'impronta culturale forte, quasi materiale, non si è dissolta con la piccola e velleitaria organizzazione nel '47, ecco l'allarme ideologico. Parte l'invettiva contro il "gramsciazionismo" torinese, considerato due volte colpevole perché troppo severo a destra, nel suo antifascismo intransigente, troppo debole a sinistra, nei suoi rapporti con il comunismo.
Anche questa destra è in qualche modo una rivelazione degli italiani agli italiani, con un patto sociale ridotto ai minimi termini e la tolleranza che diventa connivenza, purché la leadership carismatica possa contare su una vibrazione di consenso, assumendo in sé tutto il discorso pubblico, mentre il cittadino è ridotto a spettatore delegante, ma liberato dall'impaccio di regole e leggi. Un'Italia dove il peggio non è poi tanto male, dove si relativizza il fascismo, un'Italia in cui tutti sono uguali nei vizi e devono tacere perché hanno comunque qualcosa da nascondere, mentre le virtù civiche sono fuori corso e insospettiscono perché lo Stato è un estraneo se non un nemico da cui guardarsi, le istituzioni si possono abitare da alieni, guidare con il sentimento dell'abusivo. Un Paese abituato e anche divertito ad ascoltare l'elogio del malandrino, in cui l'avversario viene schernito, il suo tono di voce deriso, il suo accento additato come una macchia, il suo aspetto fisico denunciato come una colpa, o una vergogna. Mentre gli ideali sono abitualmente messi alla berlina, e la delegittimazione diventa una cifra della politica attraverso un giornalismo compiacente di partito: una delegittimazione insieme politica, morale, estetica, camuffata da goliardia quando serve, da avvertimento - nel vero senso della parola - quando è il caso. Fino al punto, come diceva già una volta Moravia, di "vantare come qualità i difetti e le manchevolezze della nazione".


Bobbio non si spiegava perché nei suoi ultimi anni avesse ricevuto più attacchi che in tutta la sua vita. Ma non era cambiato lui, era cambiata la destra. E per questa nuova destra che cresceva tra reazione di classe e crisi morale, quell'azionismo residuale e tuttavia irriducibile nella sua testimonianza nuda e antica, disarmata, rappresentava il vero ultimo ostacolo per realizzare il cambio di egemonia culturale di quest'epoca, attraverso la destrutturazione del sistema di valori civili su cui si è retta la repubblica per sessant'anni. Un sistema coerente con il patto di cultura politica che sta alla base della Costituzione, con le istituzioni che ne discendono, con quel poco di antifascismo italiano organizzato nella Resistenza che ne rappresenta la fonte di legittimazione, e rende la nostra libertà democratica almeno in parte riconquistata, e non octroyée, concessa dagli alleati.


Un obiettivo tutto politico, anzi ideologico, che doveva per forza attaccare tre punti fermi della cultura repubblicana: l'antifascismo (Vittorio Foa diceva che la Resistenza era la vera "matrice" della repubblica), il Risorgimento, nella lettura di Piero Gobetti, il "civismo", come lo chiamava Ferruccio Parri, cioè un impegno morale e politico a vincere lo scetticismo e il cinismo nazionale. È chiaro che l'azionismo era il crocevia teorico di questi tre aspetti, soprattutto la variante torinese così intrisa di gobettismo, e che tradisce la presunta neutralità liberale, anzi compie il sacrilegio di coniugare il metodo e i valori liberali con la sinistra italiana, rifiutando l'anticomunismo.


Proprio per questo, gli azionisti sono pericolosi due volte. Perché non portano in sé il peccato originale del comunismo, che contrassegna gran parte della sinistra italiana, e perché non scelgono l'anticomunismo, come dovrebbe fare ogni buon liberale. Anzi, questo liberalismo di sinistra rifiuta l'equidistanza tra fascismo e comunismo, che porta il partito del Premier e i suoi giornali addirittura a proporre la cancellazione della festa della Liberazione, come se il 25 aprile non fosse la data che celebra un accadimento nazionale concreto e storico, la fine della dittatura, ma solo una sovrastruttura simbolica a fini ideologici. Così, Bobbio denuncia come la nuova equidistanza tra antifascismo e anticomunismo finisca spesso ormai per portare ad un'altra equidistanza, "abominevole": quella tra fascismo e antifascismo.



Ce n'è abbastanza per capire. Debole e lontana, la cultura azionista è ancora il nemico ideologico, se propone un'Italia di minoranza intransigente, laica, insofferente al clericalismo cattolico e comunista, praticante della religione civile che predica una "democrazia di alto stile". Si capisce che nell'Italia di oggi, dove prevale una politica che quando trova "un Paese gobbo - come diceva Giolitti - gli confeziona un abito da gobbo", quella cultura sia considerata "miserabile". Guglielmo Giannini, d'altra parte, sull'"Uomo Qualunque" derideva gli azionisti come "visi pallidi", Togliatti chiamava Parri "quel fesso". Ottima compagnia, dunque. Soltanto, converrebbe lasciar perdere Gobetti. Perché a rileggerlo, si scoprirebbe che sembra parlare di oggi quando scrive degli "intona-rumori, della grancassa, di un codazzo di adulatori pacchiani e di servi zelanti che facciano da coro", che diano "garanzia di continuità nella mistificazione", "armati gregari" che sostituiscono "la fede assente", perché "corte e pretoriani furono sempre consolatori e custodi dei regimi improvvisati con arte e difesi contro i pretendenti"

giovedì 20 gennaio 2011

Al voto, in nome della dignità dell'Italia.

La fine dell'impero

Porto all'attenzione l'articolo di Peppino Caldarola, pubblicato su Il Riformista del 18 gennaio 2011, quale ulteriore contributo alla necessità di rispondere con chiarezza,lucidità e fermezza all'ennesimo tentativo di negare l'evidenza dei fatti, offendendo così, tra le altre cose, anche l'intelligenza di quegli italiano che non hanno ancora rinunciato a ragionare con la propria testa..

Da: IL RIFORMISTA

Qualsiasi alternativa è meglio di così


di Peppino Caldarola

Tutto è meglio di questa lenta consunzione della nostra vita civile: un altro governo, un altro leader della destra. Altrimenti decidano gli italiani




L'ultimo spettacolo è il peggiore. L’Italia meritava altro, persino il berlusconismo meritava un tramonto meno avvilente. Non è stata una dittatura, finirà come una dittatura. Non lo è stata perché c’era un’opposizione che ha vinto e sprecato la vittoria due volte, perché gli altri poteri dello Stato sono rimasti in piedi, perché il governo è stato conquistato con il voto. Finirà come una dittatura perché l’identificazione del potere con le avventure indecenti di un uomo privo di decoro sta avvolgendo in modo soffocante la vita civile del paese. Non serve retorica per descrivere la condizione in cui stiamo precipitando. Sappiamo solo che così non può più continuare.

Sarà la magistratura a stabilire se quel che vien fuori dall’inchiesta merita una sanzione penale. L’opinione pubblica non può invece rinunciare a giudicare quel che ha saputo. Giustamente il Quirinale parla di un «paese turbato» e il giornale dei vescovi, L’Avvenire, dà voce al disagio del mondo cattolico. La linea difensiva dei sostenitori del premier appare simile a quella degli ultimi cantori di un regime. C’è la chiamata a raccolta contro il nemico interno, l’appello alla disubbidienza verso altri organi dello Stato, la disinvoltura morale che veste di legittimità comportamenti che ciascuno considererebbe censurabili per un normale cittadino. Neppure loro, che dicono di difendere il premier, hanno indulgenza verso il degrado che sta emergendo. Parlano di spie, di escort, di festini come fossero il cuore della vita nazionale e chiedono agli italiani incollati davanti alla tv di testimoniare la loro solidarietà per le manie di un miliardario che ha perso il senso del limite. Un sovversivismo da parvenu anima questi facinorosi della maggioranza silenziosa.

Il dramma del Pdl, in questa ultima agonizzante versione, è l’inesistenza di uno spirito repubblicano nelle sue file. Non c’è nessuna voce che si levi a censurare l’immagine agghiacciante di un uomo malato esposto alle offese di un gruppo di escort, ai traffici in denaro dei suoi falsi amici, alla solidarietà di chi ha ancora bisogno di lui. Aveva ragione Veronica Lario, non ha amici, non ha gente che gli vuole bene. Lui chiuso nella sua torre d’avorio sogna l’impero perenne e quegli altri lo osannano spaventati dal futuro senza di lui e da quel nulla in cui ritorneranno. Quando si ascoltano i difensori d’ufficio del premier impaurisce la quantità di bugie che vengono offerte al dibattito pubblico sullo stato della democrazia nel paese pur di salvare il loro protetto-protettore. Offendono l’Italia per salvare il “vecchio porco” dallo “sputtanamento”. Anche il linguaggio che usano è in sintonia con il racconto dei verbali piuttosto che con il dramma politico in cui siamo precipitati.

Abbiamo pensato per anni di avere di fronte un avversario spigoloso, capace di far sognare milioni di italiani e ci siamo interrogati e divisi sul modo di contrastarlo fra chi privilegiava la via politica e chi sceglieva il messaggio etico-morale. Berlusconi e il berlusconismo sembravano avere una loro grandezza, qualcosa che avrebbe segnato comunque il nostro tempo. Quella che appare in queste ore è invece l’immagine di un leader concentrato sulle sue manie, circondato da gente di avventura, sostenuto da un personale politico terrorizzato dall’idea che stia suonando la campanella dell’ultimo giro. Le sue parole e quelle dei suoi sostenitori sono persino più gravi di quel che emerge dall’inchiesta milanese. C’è la rivendicazione di uno stile di vita da basso impero in una stagione in cui la grande maggioranza della popolazione sta male, e c’è l’appello a una sorta di rivolta civile contro lo Stato. L’Italia sembra precipitata indietro di secoli. Nell’anniversario del 150° dell’Unità sembra pretendere la prima scena una nuova corte borbonica che chiama alla rivolta quelli che stanno peggio e mobilita la gente di mano per rivendicare una legittimità perduta. La storia valuterà l’avventura politica di Berlusconi, ma non potrà fare a meno di prendere atto che la sua caduta assomiglia a un cinepanettone. Di Ruby e delle altre poco ci importa, così come di Lele Mora e di Emilio Fede. Non è di loro che vogliamo parlare. Il rischio che corriamo come comunità civile è quello di lasciar refluire queste acque fetide sul letto del fiume della storia nazionale. La resistenza di Berlusconi e dei berlusconiani a prendere atto che la situazione è insostenibile può travolgere il paese.

Così non si può andare avanti. È il momento di decisioni che influiranno sul nostro avvenire. Ci rivolgiamo a quel mondo di destra che ha creduto nel premier e nelle sue “riforme liberali” perché confronti le promesse con la realtà, a chi ha pensato che la vita esagerata di un leader fosse il prezzo giusto per rompere le regole della vecchia politica. Quella che vediamo è la politica più vecchia del mondo, un episodio dei tanti della storia della degenerazione di un potere che non vuole controlli e modifica in modo avvilente lo spirito pubblico. Tutto è meglio di questa lenta consunzione della nostra vita civile. Se c’è qualcuno del vecchio mondo berlusconiano che non ha ancora smarrito il senso dello Stato, è il momento che si faccia avanti. In gioco non è il tradimento di una lealtà politica ma il venir meno di un ruolo dirigente. Chi ha creduto nella destra berlusconiana può provare a proporre le proprie idee in un quadro politico depurato da questa consorteria che riesce persino difficile definire. È giusto che le opposizioni si rivolgano a quanti nel Pdl avvertono l’urgenza del momento ma è altrettanto necessario che non restino prigioniere di una risposta reticente. Le opposizioni devono trovare la forza di unirsi per reagire a questo avvilente spettacolo. Trovino l’accordo su una personalità al di sopra delle parti, di alto profilo politico e morale e chiedano il voto anticipato per mettere fine a questo scempio. Non si può più attendere. Il mito dell’invincibilità di Berlusconi è l’ultima bandiera che sarà sventolata in queste settimane. Molti leader politici temono che il precipitare della situazione verso lo scioglimento anticipato delle Camere e verso una lunga e durissima battaglia elettorale possa nuocere al paese. Preoccupazioni legittime che non tengono conto che l’unica cosa che fa davvero male all’Italia è il protrarsi di una crisi dai contorni oscuri. Se c’è un altro governo in grado di sostituire quello di Berlusconi ben venga. Se c’è un leader della destra che vuole partecipare allo sforzo di trarre l’Italia fuori da questo pantano colga il momento. Altrimenti decidano gli italiani.

martedì, 18 gennaio 2011

mercoledì 19 gennaio 2011

UN CONTRIBUTO ALLA CHIAREZZA

Porto all'attenzione l'analisi di Giuseppe D'Avanzo, pubblicata su Repubblica del 19 gennaio 2011, per la chiarezza con cui vengono raccontati i fatti, dai quali emerge una realtà che non può non essere giudicata ed eticamente condannata - al di là delle probabili implicazioni penali - e che deve costringerci tutti ad un moto di ribellione in nome non solo della dignità del nostro Paese e delle nostre Istituzioni, ma anche, e sopratutto, in nome della dignità personale di ognuno di noi, che può solo costringerci a reagire  di fronte all'ennesimo tentativo di eludere, cammuffare e distorcere la verità sino a negare l'evidenza dei fatti, tentando così, goffamente e spavaldamente, di eludere le implicazioni - ovvie, doverose e necessarie- che ne derivano.


DA REPUBBLICA:

L'affanno del sovrano e la fiaba del complotto


di :GIUSEPPE D'AVANZO

Claqueurs ripetono le solite mosse. Modificano il segno dei fatti accertati. Abitano lo stesso Palazzo lontano dal cuore del Paese. Appartengono alla stessa famiglia e sono feroci nella difesa dello status quo, ordinato intorno al Sovrano istupidito da una sexual compulsivity e dall'amore di sé, Nerone, Eliogabalo, maiestas indegna nel suo modo di essere, ridicola nelle sue fantasticherie, nei suoi gesti, nel suo corpo, grottesca nella sua sessualità.



Indifferenti alla meccanica del potere del Sovrano, maschere salmodianti organizzano quadri dove "vero/falso", "giusto/ingiusto", "corretto/improprio" sono qualifiche fluide e manipolabili. Vogliono che ogni figura logica svanisca nella nebbia e usano formule confusamente sonore, "accanimento", "deriva giustizialista", "attacco politico", addirittura "golpe". Ugole ubbidienti agitano addirittura il fantasma mentale del Complotto, fiaba degli impotenti, inganno degli irresponsabili che temono la realtà.



È comodo da ribaltare il vaniloquio. Non c'è alcuna "trappola". Nella gabbia Berlusconi s'infila da solo. Una puttana brasiliana lo avverte mentre è a Parigi in una cerimonia ufficiale: la sua Ruby è in Questura. Ruby è del Sovrano. Ha cominciato a vedersela intorno nel 2009: la fanciulla ha sedici anni. Balla la danza del ventre. Il Sovrano si diverte. Se ne incapriccia con l'anno nuovo, il 2010. Logico che si agiti quando lo allertano da Milano. Ruby è minorenne, è

nelle mani dei poliziotti, ha la lingua lunga, può rovinarlo. Solo in apparenza è irragionevole che sia egli stesso - presidente del Consiglio - a metterci riparo. Deve farlo per evitare che altri conoscano il segreto della sua relazione. Chiama il capo di gabinetto della Questura di Milano intorno alle 23.45 del 27 maggio. Già quest'intromissione avrebbe dovuto segnare la fine politica di un homme d'Etat. È un dettaglio che le ugole del Sovrano ignorano nel frastuono che organizzano. È un particolare decisivo, al contrario. Questa telefonata è l'incipit della storia e l'iniziativa che configura il reato di concussione. Lo si rintraccia quando un pubblico ufficiale (Berlusconi lo è) abusa della sua qualità o dei suoi poteri per indurre altri a un comportamento indebito. In questura da quell'ora della notte si scatena un inferno sul capo della funzionaria di servizio (Giorgia Iafrate). Riceve in 134 minuti (dalle 23.59.27 alle 02.14.12) quindici telefonate dai suoi superiori (12 dal capo di gabinetto, 3 dal dirigente dell'ufficio prevenzione, il suo capo): una telefonata ogni nove minuti. Quest'esorbitante pressione produce un frutto avvelenato. Un soggetto debole, una minorenne senza famiglia, senza fissa dimora, senza reddito che abitualmente si prostituisce, è sottratta alla tutela dello Stato con l'intervento abusivo del capo del governo che impone un comportamento scorretto ai funzionari della Questura. Alle 2.00 Ruby viene affidata a Nicole Minetti, incaricata del capo del governo, e da questa di nuovo consegnata a una prostituta brasiliana nonostante le indicazioni vincolanti del pubblico ministero. Soltanto dopo, alle 2.20.43, Giorgia Iafrate chiede di accertare la volontà della famiglia di Ruby e soltanto alle 04.00 i poliziotti incontrano i genitori della ragazza, che quindi non saranno mai interpellati, contrariamente a quanto viene riferito al pubblico ministero (è un obbligo ineludibile, hanno la patria potestà).



Nel mondo di cartapesta dell'Italia berlusconiana, maschere salmodianti ripetono "dove sono le prove?"; qualche sempliciotto ne è influenzato mentre le anime fioche dell'informazione afferrano quella domanda come un naufrago il legno (non sia mai che debbano prendere posizione e contraddire il potere). La prova della concussione di Berlusconi è evidente, salda, indistruttibile. Chiunque può vederlo. Accorti, non lo contestano gli avvocati del premier. Si tengono lontano dai fatti. Discutono di forme: era competente la procura di Milano? Rispondono di no, l'inchiesta è quindi illegittima. Istigano alla rivolta le teste di turco che straripano nei talk-show dove sfogano l'angoscia (è davvero al capolinea il Sovrano?) menando fendenti forsennati. Ignorano una regoletta: la giurisprudenza sostiene che il pubblico ufficiale (membro del governo) colpevole di concussione deve essere giudicato dal Tribunale dei ministri se la concussione è funzionale (lo sarebbe stata se in Questura avesse telefonato il ministro dell'Interno). Al contrario, se il pubblico ufficiale abusa non dei suoi poteri, ma della qualità del suo incarico (come nel nostro caso, Berlusconi) niente tribunale dei ministri.



La concussione è un delitto molto grave (12 anni il massimo della pena). Lo è soprattutto se, come in quest'affaire, si mostra aggravato da alcune circostanze. Berlusconi manipola la volontà e le condotte dei funzionari della questura per occultare un altro reato, il favoreggiamento della prostituzione minorile, e nascondere il "puttanaio" sotto il tetto di Arcore, "suscettibile di arrecare nocumento alla sua immagine di uomo pubblico".

Anche qui per affogare nell'oblio quel che è accaduto, gli avvocati si avventurano in un'acrobazia. Dicono: ammesso e naturalmente non concesso, che il favoreggiamento alla prostituzione minorile ci sia stato, è stato commesso ad Arcore, Monza. Quindi, competente non è Milano. È una mastodontica grinza, tanto più sorprendente perché i due avvocati del premier sono parlamentari. Stupisce che non ricordino come sia stato proprio questo governo, la loro maggioranza, a reintrodurre la competenza dei reati di violenza sessuale per le procure distrettuali. Quindi, nel nostro caso, a Milano.



Prima che la memoria deperisca e i fatti siano travolti dal rumore, conviene ordinare quali sono "le prove evidenti" dello sfruttamento della prostituzione minorile. Per venirne a capo, è necessario dimostrare: (1) che Ruby si prostituisse; (2) che Berlusconi, consapevole della minore età di Ruby, ha compiuto con la ragazza "atti sessuali" (3) ricompensandola. Dicono: dove sono le prove? La domanda è una corvée d'ossequio. Se si sanno leggere le 389 dell'invito a comparire, le prove si scovano. Un rosario di testimonianze dirette e documenti acustici confermano il "mestiere" di Ruby. La ragazza vende il suo corpo occasionalmente, quando ha bisogno di denaro o quando qualche agiato semplicione le capita a tiro. Succede anche con Berlusconi. Ruby è introdotta alla corte del Sovrano lungo i canali predisposti per accontentarne la sexual compulsivity. Emilio Fede (mente a gola piena e, in prima battuta, dice di non conoscerla, poi di non ricordarla) la scopre tredicenne a Messina. La indirizza al suo braccio destro nella "fabbrica del bunga bunga", Lele Mora. Il prosseneta la istruisce, la prepara e l'avvia al suo lavoro autentico mascherato in modo maldestro dall'impegno di cubista buono per pagare appena le spese di un paio di giorni al mese. Quando finalmente è pronta viene offerta al Drago. Ruby ha sedici anni. Un carabiniere che l'ha conosciuta in quel periodo riferisce che, è vero, prima del gennaio 2010 - dunque nel 2009 - Ruby era già stata a Villa San Martino due volte. Con il nuovo anno, la relazione con il presidente si fa più intensa. Dal 14 febbraio al 2 maggio 2010 Silvio Berlusconi e la teenager si vedono tredici volte. 14 (domenica), 20 (sabato), 21 (domenica), 27 (sabato), 28 (domenica) febbraio 2010; 09 (martedì) marzo 2010; 04 (domenica, Pasqua), 05 (lunedì dell'Angelo), 24 (sabato), 25 (domenica Festa della Liberazione), 26 (lunedì) aprile 2010; 01 (sabato, Festa del lavoro), 02 (domenica) maggio 2010. In settantasette giorni (dopo il fermo in questura del 27 maggio, sarà impossibile) il presidente pretende che la minorenne dorma sotto il tetto di Villa San Martino con una frequenza di una volta ogni sei giorni. È una prova solida della loro frequentazione. Bisogna ora dimostrare che ci siano stati "atti sessuali" tra il presidente e la ragazza. I caudatari chiedono come prova una fotografia, un video. Non è necessario.



È colpevole di favoreggiamento della prostituzione minorile "chiunque compie atti sessuali con un minore di età compresa tra i quattordici e i diciotto anni, in cambio di denaro o di altra utilità economica". Gli atti sessuali possono anche non essere, nel caso dei minori, sesso tout court. Per giurisprudenza costante della Cassazione, è configurabile come "atto sessuale" anche una "palpazione concupiscente". Ecco allora perché in una sequenza logica ci si deve occupare delle malinconiche serate del Sovrano, di quei "bunga bunga" dove, secondo decine di testimonianze, "le ragazze si spogliano, si avvicinano al presidente disteso sul divanetto e a turno, o anche in gruppi di due o tre, si strusciano e si fanno toccare, assumendo un atteggiamento anche provocante e volgare con baci e strusciamenti". Le maledizioni dei corifei del Sovrano non riusciranno a cancellare quel che si vede. Ruby partecipa al sollazzo del premier. Quanto meno - e per la legge non occorre pretendere altro - subisce gli "strusciamenti" di quel signore di 76 anni, le sue "palpazioni concupiscenti". Sono "atti sessuali", Ruby è minorenne. Si comprende perché la procura di Milano creda di aver raccolto fonti di prova sufficienti per chiedere il giudizio immediato e chiudere presto questa triste vicenda. Appare addirittura un sovrappiù documentare il tentativo corruttivo di Berlusconi. Vuole chiudere la bocca alla ragazza. È in affanno e le promette di rivestirla d'oro. Ancora una volta è costretto a muoversi in prima persona e al telefono della ragazza arrivano nei mesi scorsi più o meno un centinaio di telefonate del presidente.



In qualsiasi altro Paese che abbia rispetto di se stesso e delle sue istituzioni, Berlusconi si sarebbe già dimesso. Se questo non avviene, non lo si deve alla tignosa "invincibilità" del grottesco Sovrano che ci governa, ma a una classe dirigente incapace di assumersi responsabilità civili, indifferente a un senso comune dell'appartenenza e all'onore. Lo si deve a una Nazione senza amor proprio. Le tracce di questa triste condizione, si scorgono nei co-protagonisti di quest'affare o nell'assenza di alcune corpi collettivi. È un bestiario dalle mille figure. Un ministro della Repubblica, Ignazio La Russa, apprende che Berlusconi si è inventato "una fidanzata" per uscire dall'angolo. Si precipita dinanzi alle telecamere di un telegiornale per giurare, senza arrossire, che "lui, lo sapeva da tempo". Un avvocato di grande reputazione a Milano, Massimo Di Noia, difende Ruby. Ruby è la parte lesa di un reato sessuale e appare assolutamente irrituale e anomalo (anche se non esplicitamente vietato) che egli si sia prestato a interrogare la sua assistita per conto dell'indagato. E bisogna escludere - perché vietato - che egli abbia richiesto per le investigazioni difensive dell'avvocato di Berlusconi "notizie sulle domande formulate o sulle risposte date" da Ruby ai pubblici ministeri che l'hanno interrogata.



Mostra l'esprit de société la quiete stagnante delle redazioni del Tg1 e del Tg4. Sono governate non da giornalisti, ma da reggicoda del Sovrano. Augusto Minzolini riscrive ogni sera la realtà del Paese governato dal Drago lisciandola da ogni increspatura, conflitto, notizia e accecando l'opinione pubblica. L'altro addirittura spande il denaro del suo giornale per far rientrare in tutta fretta dal Brasile due prostitute da accompagnare dal premier. Che cosa deve accadere perché le redazioni dei due giornali facciano sentire la loro voce, alzino la protesta per difendere il loro onore. Dove sono i sindacati di polizia? Perché non difendono quei funzionari di Milano, umiliati e vinti dall'arroganza del capo di governo. Perché tace la Chiesa? Perché è senza voce il segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Mariano Crociata. Che già ebbe modo di dire (menava scandalo l'amicizia del Sovrano con la minorenne Noemi): "Assistiamo ad un disprezzo esibito nei confronti di tutto ciò che dice pudore, sobrietà, autocontrollo e allo sfoggio di un libertinaggio gaio e irresponsabile che invera la parola lussuria. Nessuno deve pensare che in questo campo non ci sia gravità di comportamenti o che si tratti di affari privati soprattutto quando sono implicati minori, cosa la cui gravità grida vendetta al cospetto di Dio". Esiste ancora un'Italia che abbia amor proprio?

(19 gennaio 2011)

mercoledì 14 luglio 2010

Norma Rangeri


venerdì 25 giugno 2010

Il caso Favata - parte prima

mercoledì 19 maggio 2010

Un'altra legge vergognosa!

martedì 9 marzo 2010

"Etiam si omnes, ego no",



"Etiam si omnes, ego no"


Se anche tutti, io no

Questo era il motto dei giovani universitari tedeschi, aderenti al movimento della rosa bianca,
per esprimere il proprio dissenso verso il sistema dittatoriale creato dal nazismo.

Questo il motto apparso sulle magliette indossate da alcune senatrici del Partito Democratico.

Non si tratta, ovviamente, di fare paragoni fuori dalla storia e dalla logica, ma di sottolinere con forza che la democrazia italiana sta corrrendo dei serissimi rischi e con altrettanta forza ribadire la propria personale opposizione a quanto sta avvenendo.

giovedì 4 marzo 2010

Tra il dire e il fare, c'è di mezzo... il saper fare!

Riporto qui un'articolo di "firma bollente" pubblicato sul FOGLIO  di Giuliano Ferrara il 3 marzo 2010.
Al di là di ulteriori e più politiche considerazioni, ritengo molto interessante quanto viene scritto   a proposito dell'incredibile vicenda sull'esclusione delle liste PDL a Milano e Roma su un giornale che, pur nella sua autonomia, non ha mai nascosto le sue simpatie per il centro destra in generale e per il Presidente del Consiglio in particolare...


Invece di circondarsi di geni e visagisti, il Cav. faceva meglio a recuperare il funzionario di partito

In mezzo a tanta fioritura di geni (strateghi elettorali, uomini del fare, curatori d’immagine – e qui una sola parola d’ordine s’impone: “Wilma, prendi la clava!”), col bel risultato dell’incasinamento firmaiolo, sarebbe opportuno il ritorno al posto d’onore di qualche cretino. Da intendere: cretino per ormai radicata e stupida considerazione, non il cretino di fatto mediaticamente mutato in genio fittizio. Più attenti procacciatori di firme, in qualche caso, e meno di carie, sarebbe ottimo punto di partenza. Con gran sconforto – a destra e a manca, ma onestamente più a destra che a manca – serve una sola cosa: il ritorno del funzionario di partito.

L’omino oscuro con la cartella di similpelle sotto il braccio come gli amministratori di condominio, un po’ forforoso nel caso, di non radicale depilazione in un altro, di poco gadget e più sostanza, uno che conosca pure Apicella e magari qualche normativa vigente, un cristo qualunque che sappia mettere in sintonia almeno gli orologi finiani e quelli berlusconiani, così che mezzogiorno sia mezzogiorno per tutti (e non solo di fuoco). Ognuno ad affannarsi a ravanare geni o bellezze o portaborse e chincaglieria varia per i listini, e invece un paio di funzionari poco appariscenti e meno indifferenti avrebbero forse salvato tanto il voto quanto l’anima. Più che la serva, il funzionario serve: qui si mettono le firme, queste quelle che occorre, segnatevi l’ora, ecco i moduli, attenti ai simboli, andate satolli e staccate i telefonini… Moduli e moduli e moduli, la bassa cucina che fa ben figurare il menù – branchi di esperti si occupano di cravatte, plotoni di strateghi esaminano i manifesti, pattuglie di conoscitori scelgono i colori: ciò che fu cazzeggio si muta in supremazia, ciò che era sostanza si spiaggia tra la necessità di una pagnottella e residui rompicoglioni che si fanno vivi sul filo di lana.

Casini, che è Casini ma è pure democristiano, buone cose ha tenuto a mente, così ha snocciolato un sensato bignamino sul come si fa: a presentare le liste a Milano va uno di Roma, quello dorme in albergo (solo: a volte si può), le liste sotto il materasso, e al mattino se ne va, anonimo e sconosciuto, verso il felice approdo. E per non virare verso la mistica del funzionario comunista (l’uomo di ghiaccio, sempre inteso, che il partito prima e tutto dopo), basterebbe riandare con il pensiero (nel Pdl qualche residuato gira) alla saggezza che in certi frangenti riusciva a mettere in campo il mitico Sbardella, e ti squadernava fogli e fogli di gente che chiamava gente, che controllava elettori, che incolonnava firme, che regolava orologi. L’estendersi patologico della fighetteria (intesa in ambo i sessi, per carità, quale piacioneria al massimo grado), se esteticamente conforta razionalmente produce danni che rendono impresa titanica persino la fila per consegnare una lista. Il rischio è piuttosto che, ora che il funzionario torna a servire come il pane e almeno quanto una massaggiatrice, non se ne trovi più.

Persino Bersani, che con illuminata preveggenza aveva indicato quale obiettivo una bocciofila (lì c’è gente che sa di boccino e di firme) e la volontà di rimandare indietro i Rifkin che vengono a conferenziare, così da utilizzare la buona prebenda per instillare nelle capocce militanti la formulazione di una delibera, la lettura di un bilancio, la sottoscrizione di una lista (anche se poi è finito dentro la triste performance sanremese: il piano inclinato che conduce al risotto da Vespa). Nella benemerita università liberale che il Cav. vorrebbe inaugurare, imponga con forza un corso di modulistica, non solo di estetica – e ci mandi i migliori, pur se non i più belli. “Voi siete uomini del fare, non funzionari di partito”, disse un dì ai suoi deputati – e infatti si è visto. E la Carfagna: “Si vergogni chi ha fatto il funzionario del Pci” – tu quoque, Mara? Un funzionario sprovvisto di mascara (grazie): questo urgentemente serve. E non sarebbe male rammentare che il mitico Cencelli (in confronto a quelli del Pdl un Nobel per la matematica) era solo un modesto funzionario democristiano. Sennò la prossima volta, a fare la fila, magari ci spediscono quelli scartati dai provini del Grande Fratello.



lunedì 1 marzo 2010

Chi è davvero Silvio Berlusconi? Parte 1

Pubblico oggi la versione integrale di un documentario, qui diviso in 6 parti, realizzato e trasmesso dalla Wnet Thirteen New York, la maggiore emittente della tv pubblica statuninenze Pbs e mai trasmesso in Italia da nessuna televisione pubblica o privata.
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Parte 2

Parte 3

Parte 4

Parte 5

Chi davvero Silvio Berlusconi ? Parte 6

giovedì 14 maggio 2009

Repubblica e le dieci domande a Berlusconi





In attesa delle risposte che non verranno, pubblichiamo il video- inchiesta di Repubblica perchè ognuno possa farsi un'idea di quel che è successo e sta succedendo.

Non si tratta di "ravanare" nelle faccende private di Silvio Berlusconi, ma di chiedere a gran voce che il Presidente del Consiglio dia pubbliche spiegazioni ad una serie di incongruenze tra le sue dichiarazioni e quel che invece emerge ricostruendo fatti e rileggendo le testimonianze degli altri protagonisti di questa vicenda.

In un Paese normale queste risposte sarebbero pretese da tutta l'opinione pubblica.

E, certamente, in un Paese normale sarebbe normale che il Parlamento reclamasse la verità., perchè in un paese normale chi è chiamato alla guida del governo non può e non deve mentire.

Ma l'Italia non è più un Paese normale.

Nel nostro Paese, ormai, nemmeno una sentenza della magistratura che, nella sua motivazione, spiega a chiare lettere che l'avvocato David Mills è stato condannato per falsa testimonianza avendo mentito sotto giuramento"per consentire a Berlusconi e alla Fininvest l'impunità dalle accuse, o almeno, il mantenimento degli ingenti profitti realizzati", riuscirà a suscitare quella giusta indignazione che dovrebbe costringere qualunque politico a rassegnare le dimissioni...

Non è quindi solo l'arroganza del potere.

C'è nella maggioranza dell'opinione pubblica un tolleranza nei confronti del capo, che non si spiega se non con il riconoscimento di un sentimento collettivo di resa dei conti nei confronti dell'altra metà del paese...

E per far questo ogni strumento è lecito: i medici spia, i presidi poliziotti, le ronde di gruppi privati per le strade...

Il sonno della ragione, si sa genera mostri.

Noi, che la nostra ragione teniamo ben sveglia, non possiamo far altro che provare a scuotere chi sembra voler solo dormire.

sabato 18 aprile 2009

C'era una volta la vecchia Budapest. Analisi e racconti dalla Budapest del 2009


















Il 2008 e il 2009 resteranno nella storia come gli anni della crisi economica mondiale ed è giusto che sia così. Per costruire un buon futuro sulla Terra, infatti, dobbiamo sapere come sono fatte le sue fondamenta e quali pericoli possono mettere a rischio la tenuta del palazzo. Mi avvio a raccontarvi come si vive la crisi in un paese dell'ex-blocco sovietico, l'Ungheria, nella cui capitale Budapest sto vivendo da alcuni mesi come studentessa di giornalismo e lavoratrice. Budapest a primavera è una meraviglia e non solo grazie al Danubio e all'architettura dei suoi palazzi, ma anche per la vivacità dei turisti e degli studenti che la affollano. Considerarla una città in declino, come traspare da alcuni articoli recenti e dai commenti televisivi, vuol dire distorcere la realtà. La crisi c'è e ci sarà, come in Europa e negli Stati Uniti, ma questo non significa che l'Ungheria stia ferma a guardare.
Ho parlato con persone che lavorano in Ungheria da anni, per sapere come e se sono cambiate le prospettive nei loro settori.
Immobiliare
Stefano Accornero, Responsabile Tecnocasa per l'Ungheria, spiega che il mercato immobiliare nella capitale ungherese non rischia il crollo. "All'inizio di marzo si è tenuta a Budapest la fiera immobiliare. Il nostro stand ha lavorato senza tregua per tutta la durata della manifestazione, sempre affollato dal pubblico della fiera. Alla fine dell'evento abbiamo registrato 300 domande per appartamenti a Budapest."
Accornero spiega che l'offerta è salita, ma che allo stesso tempo non è stato registrato un calo del numero di compravendite rispetto allo scorso anno. Gli ungheresi preferiscono investire nel mattone, in un momento in cui la valuta è volatile, quindi le vendite non sono diminuite. Ad essere in calo sono i compratori che ricorrono ad un mutuo. Del tutto comprensibile dopo che il ricorso massiccio da parte degli ungheresi ai mutui in valuta estera, franco svizzero o euro, li ha lasciati con enormi difficoltà nel rimborsarne le rate, a causa del crollo del fiorino nell'ottobre 2008. Un ungherese che riceve lo stipendio in fiorini si trova a dover pagare delle rate più alte adesso che il fiorino oscilla intorno ai 300 contro un euro. "L'Ungheria - spiega ancora Accornero - è un paese che non ha saputo gestire bene l'uscita dal regime. Sono tante le famiglie che hanno fatto ricorso a finanziamenti per comprare un auto o un televisore, beni non necessari di cui si può fare a meno quando si devono pagare le rate di un mutuo o comunque si fa fatica ad arrivare a fine mese."
Una corretta gestione delle spese e un ridimensionamento dei consumi possono aiutare non poco l'Ungheria ad uscire dalla crisi. Un passo necessario in questa direzione sono le riforme da parte del governo, un esecutivo appena formato dopo le dimissioni del contestato Primo Ministro Ferenc Gyurcsany. Il nuovo Primo Ministro è il quarantunenne Gordon Bajnai che, Ministro dell'Economia e dello Sviluppo sotto Gyurcsany, ha già annunciato tagli alla spesa pubblica e interventi sulle tasse per far ripartire l'economia del paese.
Alberghi, eventi ed opportunità
Budapest resta la capitale più economica per gli appartamenti, ma non solo. Trivago, il centro servizi online europeo per i viaggiatori, pubblica le quotazioni del mercato alberghiero per le 50 destinazioni europee più frequentate. Budapest, con una spesa media di 83 euro a notte, è la città europea più conveniente in questo momento, non solo per il turismo, ma anche per organizzare convegni, congressi, eventi aziendali e fiere. Lo conferma il titolare di Eventonetwork, Luigino Bottega, imprenditore italiano che ha scelto Budapest come quartiere generale del franchising del network di aziende organizzatrici di eventi in Europa. Parlando della crisi, commenta: "La crisi apre nuove opportunità e chi sa coglierle può trarne i benefici già da ora, riposizionarsi in modo più competitivo per il futuro. La crisi in realtà - continua il titolare di Eventonetwork - è una fase di mutamento dove idee innovative nei diversi settori possono emergere, mentre chi è ancorato a modelli passati ne soffre maggiormente."
Passi necessari
Occorre cambiare rotta, ma questo non significa che in Ungheria non ci sia più vita economica. All'inizio di aprile, ad esempio, ha avuto luogo Construma, la fiera del settore Costruzione, Edilizia e Ceramica, che quest'anno ha registrato un notevole aumento dei suoi visitatori.
Stefano Destro, Direttore dell'azienda di consulenza Hydea Consulting, è in Ungheria dal 1998 e fa notare che se è vero che il debito pubblico dell'Ungheria è al 65% del PIL, quello dell'Italia è superiore al 100% del Prodotto Interno Lordo. "Dati e fatti devono essere contestualizzati. - osserva Destro - Le case in vendita a Budapest le ho sempre viste in questi anni, non sono un indicatore della crisi economica. Stesso discorso per il razzismo." Le riforme sono ormai urgenti per l'Ungheria e devono includere tagli che, a ben guardare, non comporteranno sacrifici ma normalizzazioni. Allo stato attuale gli sprechi sono troppi, a cominciare dalla maternità pagata per tre anni. In teoria, una lavoratrice che mette al mondo tre figli può stare a casa per anni, usufruendo per ogni figlio di un periodo di maternità molto lungo. “Circa il 50% delle madri ungheresi effettua questa scelta.” A raccontarlo è Andrea Varga. Andrea è ungherese ed esperta nel settore delle risorse umane, oltre che madre di una bimba di 11 anni. I dipendenti pubblici, ci spiega Andrea, godono di una lunga serie di benefit che integrano il loro stipendio. Di questi molti non sono tassabili, come ad esempio i voucher turistici che consentono di viaggiare all'interno del paese. Introdurre nuove tasse, ridurre benefit e congedi per malattia, non è facile, sono misure impopolari per il Governo, ma in questo momento è necessario affrontare la crisi anziché fingere che non ci sia o nascondersi dietro al pessimismo tipico degli ungheresi. Si possono prevedere proteste e scioperi, ma le misure devono essere intraprese e occorre anche educare gli ungheresi al risparmio. "Molte famiglie non hanno i soldi per arrivare a fine mese ma decidono comunque di comprare una bella automobile, tanto possono pagarla a rate." spiega Andrea Varga, aggiungendo che non è insolito sentir parlare di auto da pagare in 10 anni. C'è anche l'uso di comprare le vacanze a rate, così può succedere che una famiglia abbia 4 o 5 debiti contemporaneamente, magari da aggiungere al mutuo sulla casa. Questo desiderio di lusso e di svaghi è un retaggio del Comunismo. Il paese ha sofferto per decenni la mancanza di libera scelta e adesso che in Ungheria sono disponibili tutti i beni del mondo occidentale gli ungheresi ne sono attratti. Lo shopping di lusso secondo molti ungheresi può mascherare una dignitosa povertà.
Sanità e lavoro
Gli stipendi dei medici in Ungheria sono molto bassi e il solo modo per mantenersi è quello di farsi allungare delle mazzette dai pazienti. Questo succede per le visite ordinarie, ma anche per parti ed operazioni di ogni tipo.
Andrea Varga racconta che il metodo delle bustarelle è una prassi in Ungheria. Di certo non usanza che fa onore, ma nemmeno un indicatore della crisi. Alla fine di una visita è normale allungare una manciata di banconote al medico, il quale intasca, di solito intonando una protesta tanto debole quanto di circostanza.
Aziende e piani di sviluppo
C'è ancora vita a Budapest, dove licenziamenti e chiusure sono affiancati anche a investimenti ed aperture. Molte aziende cercando di evitare tagli al personale riducendo la settimana lavorativa in attesa che il periodo di maggior impatto della crisi sia passato. Bisogna aggiungere, per dover di cronaca, che ci sono anche aperture e accordi per nuovi investimenti. L'italiana Coin sta per aprire proprio a Budapest che, come ha spiegato l'Amministratore Delegato di Gruppo Coin Stefano Belardo nell'intervista per “il Ponte”, rappresenta una sfida ed un'opportunità. La fabbrica tedesca Guntner ha inaugurato proprio giovedì scorso un nuovo impianto che darà lavoro a 170 persone. La notizia è stata data dall'Agenzia ungherese per la promozione e lo sviluppo degli investimenti ITD Hungary, che informa anche dell'apertura del nuovo centro servizi della svedese Scania e dell'espansione della Infineon. Ne parlo con Andrea Agus che, in Ungheria da 9 anni, lavora in un centro servizi Convergys a Budapest: "Il nostro centro è una realtà sana, che non ha subito licenziamenti a causa della crisi, ma anzi è pronto ad assumere." A proposito di nuove assunzioni, Agus ricorda l'espansione dell'impianto di IBM a Székesfehérvár, che porterà almeno 290 posti di lavoro e dovrebbe essere seguita da una serie di nuovi progetti che potrebbero impiegare circa 3.000 persone. Oltre a IBM anche Tondach, l'azienda di piastrelle in ceramica e tegole per tetti, si è ampliata fino a creare in Ungheria il suo più grande impianto in Europa.
Oltre alle aziende anche i piani di sviluppo per il paese, sostenuti dall'Unione europea, vanno avanti, e non solo nella capitale. Il Piano di Sviluppo Nuova Ungheria sta infatti procedendo. Lo dimostra la decisione di modernizzare il Parco Industriale a 2 km dalla città di Pécs, dove sono già attive 20 aziende. Una sovvenzione da 126 milioni di fiorini trasformerà il parco in uno dei centri di sviluppo della zona di reindustrializzazione. Un altro segnale del fatto che l'Ungheria si sta attivando per gestire la crisi è dato dalla decisione del Governo di rimandare 13 dei 335 progetti prioritari ungheresi, quelli più difficili da realizzare, per destinare buona parte dei fondi disponibili alle imprese in difficoltà a causa della crisi economica. Si tratta di piani importanti ma non urgenti, come il restauro del castello reale di Buda, l'edificazione del quartiere governativo e la ristrutturazione di Moskva Tér.

All'interno della crisi occorre saper rintracciare l'opportunità, capire dove e come investire. Vedere tutto nero in momento come questo non può che ostacolare il ritorno dei colori. Staremo a vedere come andrà avanti il paese, cercando di aiutarlo a superare la crisi senza dimenticare le sue ricchezze e le possibilità di sviluppo che l'Italia ha sempre visto in questa terra.
II Primo Ministro Ferenc Gyurcsany si è dimesso, anche se di poco la situazione sta cambiando. Il paese soffre, ma non in silenzio.