mercoledì 17 dicembre 2008

La religione, il Vaticano, l'omosessualità e l'omofobia...

Articolo di Sergio zanoletti
Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.
(Art 7 – Dichiarazione universale dei diritti umani)


La notizia è nota: a nome dell’Unione Europea, la Francia ha presentato alle Nazioni Unite una proposta per promuovere una campagna mondiale per la depenalizzazione dell’omosessualità.
Iniziativa pregevole e necessaria se si pensa che nel mondo ci sono più di 80 stati nei quali l’omosessualità è ancora considerata un reato, punito con una multa, con il carcere, con i lavori forzati e addirittura con la pena di morte.

Tutto ciò nonostante, in teoria, gli omosessuali siano “protetti” dai trattati internazionali sui diritti umani, quali la Carta Internazionale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale su Diritti Civili e Politici e il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, che mirano a garantire ad ogni persona gli stessi diritti indipendentemente dalle loro scelte politiche, religiose e sessuali.

Per meglio capire ciò di cui sto parlando, ecco un elenco, probabilmente parziale, degli stati in cui l’omosessualità è, a vario titolo, perseguita:
(fonte: www.arcigaymilano.org)

PAESI A MAGGIORANZA MUSSULMANA:

Afganistan (Asia)La pena di morte è in fase di cambiamento dopo la fine del potere talebano

Algeria (Africa)L'art. 338 prevede fino a 3 anni di reclusione e un'ammenda

Arabia Saudita (Asia)L'omosessualità è punita con la pena di morte.

Bahrein (Asia)Recentemente è stata attivata la legge islamica, ma l'art. 337 prevede la deportazione e fino a 10 anni di reclusione.

Bangladesh (Asia)L'art. 377 del codice penale prevede la prigione a vita.

Benin (Africa)c.p. art. 88 reclusione da 1 a 3 anni e un'ammenda

Brunei (Indonesia)c.p. artt. 292 ... e 377 reclusione fino a 10 anni ed un'ammenda

Cecenia (Asia)L'omosessualità è punita con la morte.

Djibouti - Gibuti (Africa)L'omosessualità è illegale e punita prigione.

Egitto (Africa)Non vi è un vero e proprio articolo contro l'omosessualità, ma i gay sono condannati giuridicamente perché lesivi della pubblica morale con pene da 1 a 5 anni e con invii ai lavori forzati. Nel maggio 2002 il presidente Mubarak ha ordinato un nuovo processo per 50 dei 52 uomini processati nel 2001 a causa della loro presunta omosessualità. Nel marzo 2003 il tribunale ha condannato a tre anni di carcere 21 degli imputati e ne ha rilasciati altri 29. Le condanne inflitte agli altri due imputati del processo originario sono state confermate: Sherif Farahat è stato condannato a cinque anni di carcere e Mahmud Ahmed Allam a tre anni di carcere. Nel corso del 2002 sono stati assolti in appello nove uomini condannati in primo grado a tre anni di carcere per "depravazione abituale". Gli uomini hanno dichiarato di essere stati torturati e maltrattati durante la detenzione.

Emirati Arabi Uniti (Asia)L'art. 354 del codice penale federale prevede la pena di morte. L'art. 80 del codice di Abu Zhabi prevede la prigione fino a 14 anni, mentre il codice penale di Dubai prevede la reclusione fino a 10 anni (art. 177 del codice penale).

Gambia (Africa Equatoriale)c.p. art. 144 reclusione fino a 14 anni

Gibuti (Africa centrale)reclusione di durata da stabilirsi

Giordania (Asia)Gli atti omosessuali sono severamente proibiti e la pena consiste nella reclusione.

Guinea (Africa Equatoriale)c.p. art. 325 reclusione da 6 mesi fino a 3 anni e un'ammenda

Iran (Asia)Per i maschi, la morte. Per i minorenni, 74 fustigate, per le femmine, 100 fustigate. Articoli 108 - 113 cod. penale.

Kenia (Africa)Gli articoli 162 e 165 del codice penale condannano l'omosessualità come crimine contro-natura con la prigione da 5 a 14 anni..

Kwait (AsiaL'art. 193 del codice penale prevede la reclusione fino a 7 anni.

Libia (Africa)In base all'art. 407 del codice penale è previsto l'imprigionamento da 3 a 5 anni.

Malaysia (Asia)Art. 377 del codice penale: la condanna prevede fino a 20 anni di carcere e una multa in denaro.

Maldive (Asia - Isole Oceano Indiano)c.p. art. 377 reclusione

Marocco (Africa)L'omosessualità è illegale anche in Marocco, dove la pena prevista dall'articolo 489 del codice penale prevede una condanna alla reclusione da 6 mesi a tre anni, più il pagamento di una multa.

Mauritania (Africa)Dall'introduzione della Sharia, la pena prevista è la morte.

Nigeria (Africa)Condanna a morte (il condannato viene schiacciato da una parete spintagli addosso dal boia).

Oman (Asia)In base all'art. 33 del codice penale, l'atto omosessuale è punito con la prigione da 6 mesi a un anno.

Pakistan (Asia)c.p. art. 377 reclusione fino a 2 anni e 100 frustate o morte per lapidazione

Qatar (Asia)L'art. 201 del codice penale prevede fino a 5 anni di prigione.

Senegal (Africa)L'art. 319 del codice penale prevede la reclusione da 1 a 5 anni e una multa.

Somalia (Africa)Art. 409 del codice penale: carcere da 3 mesi a 3 anni.

Siria (Asia)E' prevista la prigione, in base all'art. 520 del codice penale, fino a 3 anni.

Sudan (Africa)In base all'art. 316 del codice penale, la pena prevista varia da 100 fustigate alla pena capitale.

Tagikistan (Asia)L'omosessualità è illegale, art. 125.1 (ex 121 dell'URSS).

Tunisia (Africa)L'omosessualità è illegale, ma tollerata. L'art. 330 del codice penale prevede fino a 3 anni di carcere.

Turchia (Asia)In Turchia l'omosessualità non è ufficialmente illegale ma la polizia periodicamente irrompe nelle case di gay e lesbiche eseguendo arresti.


Uzbekistan (Asia)L'art. 120 del codice penale del codice penale del 1995 prevede la reclusione fino a 3 anni.

Yemen (Asia)Pena di morte, viene applicata la Sharia.

EUROPA
Romania (rel. ortodossa 87% cattolica 6%)In Romania i rapporti omosessuali tra adulti erano puniti con una pena detentiva da uno a cinque anni di prigione (art. 200 par. 1 e 2 del codice penale). L'ingresso della Romania nel Consiglio d'Europa, nell'ottobre 1993, è stato subordinato alla modifica di alcune norme di legge come l'art. 200 par. 1 e 2. Dopo tre anni il parlamento rumeno, ignorando i numerosi appelli dei paesi europei e di Amnesty International, ha approvato un nuovo art. 200 in cui dichiara l'omosessualità un "pubblico scandalo" e istituisce il reato di favoreggiamento ed istigazione all’omosessualità, anch’essi punibili con pene detentive da 1 a 5 anni. Doru Marian Beldie, di 19 anni, è stato arrestato a Bucharest il 16 giugno 1992 ed accusato di aver avuto rapporti omosessuali con un minore. Beldie è stato colpito alle mani e ai piedi per diverse ore; la polizia tentava di costringerlo a firmare una confessione. In seguito è stato condannato a 4 anni e mezzo di prigione. In detenzione ha subito ripetute violenze da parte degli altri prigionieri. Marcel Brosca, studente rumeno di 20 anni, è stato arrestato nel marzo 1992 a Tecuci mentre dormiva in stazione aspettando un treno per andare a casa. Quattro poliziotti ed un ragazzo di 17 anni lo hanno avvicinato, svegliato ed accusato di violenza sessuale sul minorenne. Dopo averlo picchiato a sangue con i manganelli lo hanno arrestato; è stato condannato a 5 anni di reclusione. In Romania, fra il 1993 ed il 1995, almeno 11 persone sono state arrestate con l'accusa di essere omosessuali. Amnesty International ha documentato 57 casi di persone imprigionate in base all'art. 200 par. 1 e 2: tra esse figurano Milorad e il suo compagno che sono stati rilasciati in seguito alle pressioni di Amnesty International con enormi problemi di reinserimento perché la polizia aveva pubblicato le loro fotografie e la loro storia. Nessuno era più disposto ad offrire loro un posto di lavoro e Milorad, in preda alla disperazione, si è suicidato nel 1995 mentre il suo compagno ha ottenuto asilo politico.
ASIA
Bhutan (rel. buddista 75% induista 25%)La pena varia a seconda della situazione ed arriva fino alla reclusione a vita

Myanmar - Birmania (rel. buddista 90%)c.p. art. 33 reclusione fino ad un anno

Cina (rel. tradizionale 20% buddista 9% cristiana 6% atea 64%)c.p. art. 106 reclusione fino a 5 anni, anche se non è un articolo esattamente anti-omosessualità

India (rel. induista 82% musulmana 12%)c.p. art. 377 reclusione a vita

Nepal (rel. induista 87%)c.p. art. 377 reclusione

Singapore (rel. buddista 54% musulmana 15%)c.p. art. 377 reclusione a vita

Sri Lanka (rel. buddista 69% induista 15% musulmana 8%)c.p. art. 365 A reclusione fino a 10 anni
AFRICA ( PAESI NON MUSSULMANI)
Botswana (rel. tradizionale 55% cristiana32%)c.p. art. 164 ... reclusione per un periodo non inferiore a 7 anni

Burundi (rel. cattolica 65% atea 19%)L'omosessualità è punita come "atto immorale"

Camerun (rel cattolica 35% musulmana 22%)c.p. art. 347 reclusione da 6 mesi a 5 anni, più un'ammenda

Capo Verde (rel. cattolica)c.p. art. 390... reclusione per rapporti "contro natura" e "contro la decenza pubblica e personale"

Etiopia (rel. ortodossa 50% musulmana 33%)c.p. art. 600 reclusione da 10 giorni fino a 3 anni

Ghana (rel. cristiana 58% musulmana 16%)c.p. art. 105 reclusione da stabilirsi, ma ci sono testimonianze di torture

Kenia (Africa Equatoriale - rel. tradizionale 31% cristiani 29%)c.p. art. 162 ... reclusione da 5 fino a 14 anni

Liberia (Africa Equatoriale - rel. cristiana 68% tradizionale 18% musulmana 14%)c.p. art. 14.74 reclusione di un periodo da determinate in base alla volontarietà o all'involontarietà

Malawi (Africa Equatoriale - rel. protestante 20% tradizionale 10% musulmana 20%)c.p. art. 153 ... reclusione; il cittadino occidentale viene allontanato e ritenuto "indesiderato"

Mauritius (Africa Equatoriale Oceano Indiano - rel. induista 51% cattolica 27% musulmana 16%)c.p. art. 250 reclusione fino a 5 anni

Mozambico (Africa del Sud - rel. tradizionale 47% musulmana 28% cattolica 12%)c.p. art. 70 reclusione fino a 3 anni

Namibia (Africa del Sud - rel. protestante 52% cattolica 17%)L'omosessualità non è tollerata, ma non ci sono leggi che la puniscano

Tanzania (Africa del Sud - rel. cristiana 44% musulmana 37%)c.p. art. 154 ... reclusione fino a 14 anni

Togo (Africa Equatoriale - rel. tradizionale 50% cattolica 23% musulmana 15%)c.p. art. reclusione fino a 3 anni

Uganda (Africa Equatoriale - rel. cattolica 45% anglicana 39% musulmana 11%)c.p. art. 140 ... reclusione, anche a vita Nel marzo 2002 il presidente Museveni, in un discorso durante un convegno dei capi di governo del Commonwealth in Australia, ha dichiarato che i buoni risultati nella lotta contro l'Aids in Uganda sono stati ottenuti perché nel paese non vi sono omosessuali. Il 30 agosto dello stesso anno, il ministro dell'Etica e dell'Integrità ha ordinato alla polizia di arrestare e condannare gli omosessuali. Per tutto l'anno, agenti delle forze di sicurezza hanno continuato a sottoporre a vessazioni membri della comunità gay, e diverse persone sono state arrestate per motivi legati al loro orientamento sessuale.

Zambia (Africa del Sud - rel. tradizionale 27% protestante 23% cattolica 17%)Carta 87 e 15 reclusione fino a 14 anni

Zimbabwe (Africa del Sud - rel. tradizionale 40% protestante 34% cattolica 7%)c.p. art. reclusione fino a 3 anni
OCEANIA
Cook, protettorato NZ (rel. protestante 58% cattolica 17%)c.p. art. 155 eclusione fino a 7 anni, ma in genere viene associato l'art. 104 ( 5 anni reclusione)

Fiji (rel. cristiana 52% induista 38%)c.p. art.175 reclusione fino a 14 anni

Kiribati (rel.cattolica 35% protestante 38%)c.p. art. 153 reclusione fino a 14 anni

Marshall (rel. protestante 62% cattolica 8%)Tit. 31.1.XXV.53 reclusione fino a 10 anni

Niue (protettorato NZ - rel. protestante 64% cattolica 4%)c.p. art. 170 reclusione fino a 10 anni

Papua Nuova Guinea (rel. protestante 60% cattolica 28%)c.p. art. il rapporto anale è punito con la reclusione fino a 14 anni

Samoa Ovest (rel. protestante 63% cattolica 21%)c.p. art. 58 reclusione fino a 5 anni

Salomone (rel. protestante 42% anglicana 34%c.p. art. 153 reclusione fino a 14 anni

Tokelau, protettorato NZ (rel. protestante 67% cattolica 30%)c.p. art. 170 reclusione fino a 10 anni

Tonga (rel. protestante 43% cattolica 16%)c.p. art. 136 reclusione fino a 10 anni

Tuvalu (rel. protestante 86%)c.p. art. 153 reclusione fino a 14 anni
AMERICHE
Brasile (America del Sud - rel. cattolica 74% protestante 15%)L'omosessualità non è illegale ma omofobia e violenze sono assai diffuse. Nel 1993 Renildo José dos Santos, bisessuale che ha pubblicamente dichiarato il proprio orientamento sessuale, è stato rapito da una squadra della morte davanti alla famiglia e a tutto il vicinato; sono stati riconosciuti appartenenti alla polizia tra i rapitori. Il suo corpo senza testa (recante evidenti segni di tortura) è stato ritrovato due giorni dopo in una discarica. Normalmente chi si impegna in difesa dei diritti degli omosessuali viene preso di mira dalla polizia: dopo l'omicidio di Renildo José dos Santos l'unico giornalista, Reinaldo Cabral, che aveva avuto il coraggio di palare dell'omicidio e delle violenze della polizia, ha ricevuto minacce telefoniche; il 3 aprile 1994 due uomini armati sono entrati nella sua casa minacciandolo con un fucile ed incendiandogli la macchina. Il 13 giugno 1994 due consiglieri del Partito degli Operai Brasiliani, l'avv. Reinaldo Guedes Miranda ed il poeta Hermógenes Da Silva Almeida Filho, che si erano impegnati in difesa dei diritti degli omosessuali e degli afro-americani, sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco da un sicario legato – a quanto pare – alla polizia.

Colombia (America del Sud - rel. cattolica 92%)Non ci sono leggi contro l'omosessualità che però viene perseguitata anche violentemente da gruppi e organizzazioni paramilitari. Numerose squadre della morte uccidono gli omosessuali, i senza tetto, i disoccupati e le minoranze in genere, mettendo in atto un progetto di pulizia sociale. Le vittime vengono massacrate per strada o rapite e portate chissà dove per essere poi ritrovate morte con evidenti segni di tortura. Nella maggior parte dei casi gli assassini rimangono impuniti.

Costa Rica (America Centrale - rel. cattolica 86%)In Costa Rica, nel 1993, almeno 7 travestiti sono stati arbitrariamente arrestati e trattenuti per alcune ore dalla polizia che li ha umiliati e costretti a sottoporsi a diverse prestazioni sessuali.

Cuba (rel. cattolica 39% protestante 3% altre 58%)c.p. art. 303 reclusione fino a 3 anni per la manifestazione pubblica dell'omosessualità.

Ecuador (America Centrale - rel. cattolica 93%)L'Ecuador è tra i pochissimi paesi al mondo ad includere nella propria Costituzione un articolo contro la discriminazione basata sull'orientamento sessuale (gli altri paesi sono Canada, Irlanda, Nuova Zelanda, Sudafrica e Svizzera). Ciononostante, nel paese latinoamericano la discriminazione e gli abusi per motivi legati all'orientamento sessuale sono molto frequenti. La tortura continua a essere usata per umiliare e punire detenuti glbt (lesbiche, gay, bisessuali, transessuali). Nel mese di aprile 2003, due adolescenti transessuali sono stati "venduti per sesso" dalle guardie ad altri prigionieri del centro di detenzione provvisoria di Guayaquil.

Giamaica (America Centrale - rel. protestante 39% cattolica 10%)c.p. art. 76 ... reclusione e lavori forzati fino a 10 anni Dalla Giamaica pervengono ripetute segnalazioni di violenze nei confronti di omosessuali commesse sia dalla polizia sia da semplici cittadini. Nel gennaio 2002 il governo ha rifiutato di abrogare la legislazione che considera illegali i rapporti sessuali in privato tra uomini adulti consenzienti. A ottobre il Regno Unito ha concesso lo status di rifugiato a un omosessuale con la motivazione secondo cui l'omofobia è così grave in Giamaica da costituire una seria minaccia per la sicurezza personale.Grenada (America Centrale - rel. cattolica 53% anglicana 14%)c.p. art. 377 l'omosessualità è illegate ma non si hanno notizie sulle pene

Guyana (America del Sud - rel. induista 34% cristiana 30%)c.p. art. 351 reclusione fino a 2 anni

Messico (America Centrale - rel. cattolica 88% protestante 5%)L'omosessualità non è perseguita con leggi ma spesso con iniziative di gruppi o apparati parapolitici che non vengono perseguiti. Tra il 1991 e il 1994 12 gay sono stati uccisi nello stato del Chiapas. Uno di essi, Neftali Ruiz Ramirez, era il vice-presidente del gruppo Tuxtla Gutìevrez gay e travestiti. Ramirez è stato sicuramente raggiunto da un colpo sparato da un agente di polizia ma l'inchiesta sulla sua morte è stata insabbiata per nascondere le torture e gli abusi subiti dai membri di questo gruppo.

Nicaragua (America Centrale - rel. cattolica 73% protestante 17%)c.p. art. 205 reclusione fino a 3 anni

Puerto Rico (U.S.A - rel cattolica 65% protestante 28%)c.p. art. 103 reclusione fino a 10 anni

Trinidad e Tobago (Centramerica - rel cattolica 30% protestante 29% induista 24%)sess. 13 reclusione fino a 10 anni

Turks e Caicos - Regno Unito (America del Nord - rel. protestante)c.p. art. 41 reclusione anche a vita, a discrezione del giudice

U.S.A.Negli Stati Uniti una sentenza della Corte Suprema del 26 giugno 2003 ha reso incostituzionali le leggi contro la sodomia che erano ancora in vigore in diversi Stati dell'Unione. La sentenza fu emessa alla conclusione del ricorso presentato dal cittadino Lawrence contro lo Stato del Messico. Lawrence e il suo compagno erano stati arrestati e privati dei diritti civili in quanto sorpresi a consumare un rapporto sessuale nella propria abitazione. Riportiamo comunque la situazione legislativa negli Stati Uniti in vigore fino al 26 giugno 2003(vedi mappa a fianco)Ci sono 10 Stati che hanno leggi contro la sodomia che valgono sia per gli eterosessuali che per gli omosessuali:Alabama, Florida, Idaho, Louisiana, Michigan, Mississippi North Carolina, South Carolina, Utah, Virginia Ci sono poi 4 Stati con leggi contro la sodomia valide solo per gli omosessuali: Kansas, Missouri, Oklahoma, TexasPer completare l'informazione elenchiamo anche gli altri Stati con l'anno in cui sono state abolite le leggi contro la sodomia:Illinois (1962) Connecticut (1971) Colorado (1972) Oregon (1972) Delaware (1973) Hawaii (1973) Ohio (1974) North Dakota (1975) New Hampshire (1975) New Mexico (1975) California (1976) Maine (1976) Washington (1976) West Virginia (1976) Indiana (1977) South Dakota (1977) Vermont (1977) Wyoming (1977) Nebraska (1978) Iowa (1978) New Jersey (1979) Alaska (1980) Wisconsin (1983) Nevada (1993) District of Columbia (1993) Rhode Island (1998) Arizona (2001)

Come si può notare non si tratta di questione teorica riguardante generici quanto deprecabili atteggiamenti omofobici. Si tratta di un numero enorme di stati che hanno recepito nel loro ordinamento giuridico precise leggi contro l’omosessualità, punendola con pene severe e in ben sette stati con la morte!
Sorprende quindi che il Vaticano si sia schierato contro la richiesta di depenalizzazione dell’omosessualità e ancor più sorprendono le ragioni con le quali è stata motivata tale posizione, espresse in un’intervista da monsignor Celestino Migliore, osservatore dello Stato Vaticano all’Onu ( Il vaticano infatti è uno dei due stati del mondo che non ha aderito all’organizzazione delle nazioni unite)
«Il catechismo della Chiesa cattolica, dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione. Ma qui, la questione è un`altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di paesi si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l'unione tra persone dello stesso sesso come "matrimonio" verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».
Non è un poco azzardata questa affermazione? Si sta dicendo che nel tentare di impedire ad uno stato di incarcerare e uccidere degli uomini colpevoli di amare persone dello stesso sesso, si spingerebbe verso la discriminazione di quegli stati che non riconoscono le unioni omosessuali. Come se le due cose potessero essere messe sullo stesso piano, prima di tutto! E poi qual è il passaggio logico? In quale modo nell’impedire di incarcerare un gay si discriminano gli stati che non ammettono il matrimonio tra gay?

Sarebbe come dire che, per esempio, nello schierarsi contro la persecuzione dei sacerdoti in talune nazioni, si innescherebbero dei meccanismi di discriminazione nei confronti degli stati che applicano il principio della separazione tra Stato e Chiesa.

Penso che di fronte a simili argomentazioni come giustificazione di un disimpegno nella lotta contro le persecuzioni religiose, il Vaticano risponderebbe con forza e ai massimi livelli.

Questa posizione, semplicemente, non sta in piedi: difetta di logica ma anche di buon senso, perché è intuitivo pensare che essendo ancora nella situazione di dover lottare per impedire che venga incarcerato o ucciso chi non è sessualmente uniformato, sarebbe perlomeno controproducente alzare il livello delle richieste fino al riconoscimento di parità dei diritti tra copie etero e omosessuali, perché, in questo modo, si alimenterebbero le paure omofobiche, anche in quei settori dell’opinione pubblica che potrebbero riconoscere, ma a fatica, l’ingiustizia della criminalizzazione delle scelte sessuali…

Chiarito questo aspetto non si può comunque rinunciare ad evidenziare che Monignor Migliore, in pratica, ha affermato che non è opportuno intervenire contro le discriminazioni sessuali perché questo potrebbe creare una discriminazione verso quegli stati che applicano una discriminazione sulla base delle scelte e dei comportamenti sessuali!!!

E’ utile ricordare che l’omosessualità non è soltanto legata alla sessualità.

E’ infatti una condizione che investe direttamente la sfera affettiva, anche se, dal punto di vista scientifico, non si è ancora arrivati ad una sua chiare ed univoca definizione.

Il mondo scientifico riconosce però che uno dei motivi che hanno fin’ora impedito di definire con esattezza scientifica l’omosessualità va ricercato nella mancanza di un nucleo minimo di dati che riesca ad ottenere il consenso della maggioranza dei ricercatori, e ciò è dovuto sia al pregiudizio che ha, in qualche modo, condizionato il metodo di ricerca sia all’approccio che pretende di dare una spiegazione all’esistenza dell’omosessualità, prescindendo dalla domanda sulla genesi dell’eterosessualità, come è ben spiegato su wikipedia:

“Una parte eccessiva di tali ricerche postula infatti l'eterosessualità come un dato che esiste in sé e per sé, che non ha bisogno di spiegazioni, che non ha uno sviluppo, che non ha una storia diacronica ma è un dato fisso, eterno, uguale a sé stesso da tutti i secoli e nella vita di ogni singolo individuo. Il che equivale, dal punto di vista metodologico, a voler spiegare cosa sia il ghiaccio rifiutando di sapere cosa siano l'acqua o il vapore: un approccio scientifico che postulasse, a priori, che acqua e ghiaccio sono realtà diverse, non studiabili contemporaneamente, non otterrebbe in effetti "spiegazioni" più di quante ne abbia ottenute la ricerca sulle cause dell'omosessualità”

In ogni caso gli studi scientifici sono riusciti perlomeno ad escludere che l’omosessualità sia una malattia o un disturbo psichiatrico, come è stato definitivamente riconosciuto sia Dall’American Psychiatric Association (APA) nel 1987 che dall’ Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1990, con decisione diventata ufficiale con la promulgazione del DSM IV ( Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) del 1994.

Finalmente la posizione ufficiale del mondo scientifico, sia negli Usa, sia negli altri Paesi occidentali, ivi inclusa l'Italia, è che l'omosessualità costituisce "una variante del comportamento sessuale umano".
E’ quindi uno stato, una condizione dell’essere umano che incide non soltanto sui comportamenti sessuali ma anche su quelli affettivi.
Va da se allora che non riconoscere alle unioni omosessuali diritti e tutele simili a quelle riconosciute alle unioni eterosessuali è una forma di discriminazione che limita pesantemente i diritti individuali della persona, stabilendo delle differenze giuridiche che vanno dalla iper-protezione della famiglia tradizionale al totale disinteressamento,quando non c’è esplicita repressione, per quanto riguarda quella omosessuale. Con pesanti ripercussioni nei diritti individuali nel campo per esempio del diritto ereditario, pensionistico, dell’assistenza in genere e della possibilità di farsi rappresentare in caso di necessità dalla persona che si ama e con la quale si è deciso di dividere la vita.
Una volta riconosciuta l’omosessualità come una variante del comportamento sessuale, e quindi come condizione “innata”, limitare i diritti delle persone omosessuali ha la stessa valenza che il limitare i diritti di una persona perché nata con i capelli biondi in una società di mori o viceversa!
Certo, la posizione della Chiesa parte da altri presupposti.
Il pensiero di tipo religioso in genere non riconosce la questione delle "cause" dell'omosessualità se non in quanto problema morale.
Il pensiero religioso, salvo alcuni distinguo per esempio nella chiesa Anglicana, non riconosce l’omosessualità come condizione in qualche modo “innata”. Trascura il suo lato affettivo che prescinde dalla sessualità o meglio che induce al comportamento omosessuale analogamente a quanto avviene con il comportamento eterosessuale.
Ignorando i dati scientifici il pensiero religioso postula l’esistenza di una natura umana univoca e quindi ritiene che chi abbia comportamenti contrari a quelli stabiliti dalla natura, lo faccia per vizio o per scelta morale “contro natura”,
Da qui l’atteggiamento di molte chiese cristiane, convinte del fatto che con la volontà e la preghiera sia possibile "guarire" dall'omosessualità (una convinzione espressa in associazioni che sono la loro emanazione, come Exodus International, Courage, e Living Waters, quest'ultima operante anche in Italia),
A parte il fatto che questa posizione cozza in modo lampante con la constatazione che l’omosessualità non è una condizione esclusiva della razza umana ma è abbondantemente diffusa in tutte le specie animali alle quali non credo sia possibile attribuire la capacità di scelte morali o ideologiche, posso anche riconoscere alla chiesa il diritto di esprimere posizioni ascientifiche, denunciando come peccato ciò che per altri è non solo legittimo ma eticamente necessario.
(Penso per esempio alla condanna della chiesa all’uso dei preservativi, nonostante siano l’unico mezzo efficace per prevenire le malattie trasmissibili sessualmente come per esempio L’AIDS.)
Detto questo, lasciamo pure alla religione, alle chiese e ai loro fedeli di darsi le regole di comportamento sociali coerenti con le loro dottrine.
Lasciamo che la Chiesa continui a pensare che l’omosessualità sia curabile con la preghiera e l’astinenza, pur non rinunciando, però, al diritto di criticare tali posizioni evidenziandone le incongruenze e talvolta le assurdità, come nel caso del video di Severio Tommasi e Ornella De Zordo ( guarire si deve: Chiesa e omosessualità) censurato da You Tube ma trasmesso da ARCOIRIS TV (http://www.arcoiris.tv/modules.php?name=Flash&d_op=getit&id=10999 )
Lasciamo che la Chiesa lpropagandi le sue posizioni, anche quando tali posizioni ostacolano la soluzione di problemi seri come L’AIDS, ma rifiutiamoci di accettare passivamente la pretesa che tali posizioni siano giuste soltanto perché espresse da una religione e da una Chiesa, qualunque essa sia.
Rifiutiamoci di accettare passivamente che scelte di comportamento individuale che non nuocono agli altri, possano passare dalla sfera dell’etica e della morale a quella del diritto penale, della repressione e discriminazione sociale!
E denunciamo l’ipocrisia e la malafede quando sono evidenti come nel caso della dichiarazione di Monsignor Celestino Migliore che da una parte riconosce che gli omosessuali sono sottoposti ad ingiuste discriminazioni, dimenticandosi però che tali discriminazioni derivano anche dalle posizioni di quasi tutte le confessioni religiose che si ostinano a considerare l’omosessualità un vizio, una devianza dalla comune morale che va combattuta anche accettando, come male minore, che un omosessuale possa essere incarcerato e ucciso, pur di non correre il rischio di riconoscergli quei diritti che solo l’intolleranza ideologica può arrivare a negare.
Gli omosessuali sono una minoranza discriminata perché non uniforme al sistema dominante e non uniformabile perché la propria diversità non nasce da una scelta ma da una condizione.
Nonostante gli sforzi non sarà possibile eliminare questo “problema” , se non eliminando gli omosessuali. Ma questa eliminazione fisica, seppur sistematica non potrà avere mai fine, perché l’omosessuale è frutto dell’unione eterosessuale. E’ una delle opzioni della natura. E bisognerà, prima o poi, prenderne atto…
Anche se questo può non piacere, anche se questo disturba la cosiddetta normalità, non dimentichiamoci che accettando la logica della repressione della diversità, ci sarà sempre qualcuno più uguale degli altri che avrà modo di scagliarsi contro ogni nuova diversità, qualunque essa sarà.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari e fui contento perchè rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei e stetti zitto perchè mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali e fui sollevato perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti ed io non dissi niente perchènon ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me e non c’era rimasto nessuno che poteva protestare.

Martin Niemöller (1892-1984)

http://firmiamo.it/decriminalizzazionedellomosessualita

martedì 2 dicembre 2008

Così c'era di mezzo la reputazione di un sacco di gente

E così finalmente anche il presidente Bush ammette che le armi di distruzione di massa di Saddam, quelle che hanno giustificato l’intervento militare in Iraq, non sono mai esistite.
Questa la singolare dichiarazione:
“Un sacco di persone avevano messo in gioco la loro reputazione dicendo che le armi di distruzione di massa erano una ragione per rimuovere Saddam Hussein".
Così come è stata riportata, questa confessione lascerebbe pensare ad un ripensamento sull’efficacia di una guerra per risolvere un problema serio quale poteva essere il possesso di armi di distruzione di massa da parte di un dittatore…
Probabilmente si voleva dire, invece, che l’esistenza di queste fantomatiche armi era stata in qualche modo garantita da “un sacco di persone” che avevano messo in gioco la loro reputazione!
Ah! E le prove ?
Non si era detto che c’erano le prove dell’esistenza di queste armi? Le fotografie satellitari dei depositi , e quant’altro?
No, le prove non c’erano e da tempo ormai lo si sapeva.
Quel che non si sapeva è che c’era di mezzo la reputazione di chi si diceva convinto della loro esistenza, e ciò è bastato.
E’ bastato per mentire al mondo intero, tanto per cominciare.
E grazie a queste menzogne( ma forse sarebbe più corretto parlare di scuse, alibi inventati ad hoc!) si è trascinato il mondo intero in una guerra che non ha sconfitto il terrorismo ma ha causato,ssecondo quanto pubblicato dal New England Journal of Medicine, 151.000 morti nella popolazione civile ( fino a Giugno 2006!) che salgono a 655.000 considerando anche le cause indirette di morte ( fonte: Studio dell’Università americana John Hopkins, pubblicato dalla rivista britannica The Lancet).
E se nell’attentato dell’ undici settembre sono morte 2973 persone, nella guerra in Iraq, sino al gennaio 2007, sono caduti 2982 militari statunitensi! ( fonte: globalsecutity.org )
Non ci sono invece dati certi sui morti tra i soldati iracheni.
Di sicuro però si sa che:
2,4 milioni di persone sono sfollate dalle proprie abitazioni e altre 2 milioni rifugiate fuori dall’Iraq.
4 milioni di iracheni dipendono da aiuti alimentari.
Soltanto uno su tre bambini iracheni ha accesso ad acqua potabile e uno su quattro è malnutrito.
Dal marzo 2003, 94 operatori umanitari sono stati uccisi, 248 feriti, 24 arrestati e 89 sequestrati.
(fonte: peace reporter)

Cifre impressionanti vero?
Non però per il generale americano Tommy Franks, che ha affermato "we don't do body counts" (“noi non contiamo i morti”)
Allora, forse, ha una certa utilità contare almeno il denaro investito per causare queste morti:
Difficile avere cifre esatte. Secondo alcuni studi del governo americano 800 miliardi di dollari saranno spesi nella guerra in Iraq e Afghanistan poco prima che Bush vada via dalla Casa Bianca!
La professoressa Linda J. Bilmes (Harvard University) e il professor Joseph Stglitz (Columbia University) hanno inoltre calcolato che il costo totale, vale a dire quello comprensivo dei costi futuri per diretta conseguenza del conflitto ( spese mediche ai veterani, interessi sul debito necessario per reperire il denaro, ecc) sarà di 3.000 miliardi di dollari. Stima che parte dal presupposto che dopo l'elezione di novembre i soldati americani cominceranno a ritornare a casa.

Sono cifre così enormi che è davvero difficile percepirne l’esatta quantità. Proviamo a pensare, allora, che con 200 miliardi di dollari (costo annuale della guerra in Iraq) si potrebbe eliminare l'estrema povertà dal mondo (135 miliardi).
Il resto del bilancio annuale si potrebbe usare per eliminare l'analfabetismo dal mondo, fornire soldi ai paesi in via di sviluppo e combattere l'Aids (22 miliardi).
O anche che il costo per la sanità del programma di Hillary Clinton per coprire i 47 milioni di americani che al momento devono farne senza sarebbe di 100 miliardi. Quello di Obama, meno inclusivo, si aggira sui 60 miliardi.
E questo senza voler parlare della catastrofe causata della crisi economica che necessiterebbe di muovere risorse tra i 500 e i 700 miliardi di dollari per essere affrontata con qualche probabilità di successo…

Incredibile, vero?
Eppure questi non sono discorsi nuovi. Erano tra gli argomenti, unitamente a quelli legati all’inutilità della guerra come strumento per risolvere le controversi internazionali, che venivano fatti e a gran voce da coloro che si opponevano all’invasione dell’Iraq.
Non si volle ascoltarli.
Sembrava anzi che il solo mettere in dubbio l’esistenza delle armi di distruzione di massa fosse come dichiarare la propria complicità col terrorismo Islamico…
Non si sapeva, allora, che l’uomo più potente del mondo non poteva non dare credito alla reputazione di quel “sacco di gente” della quale aveva deciso di circondarsi.
Non si sapeva allora che quelle persone avevano messo in gioco la loro reputazione nel giurare al mondo che Saddam Hussein era il nemico da abbattere ad ogni costo.

Al momento di marciare molti non sanno

che alla loro testa marcia il nemico.

La voce che li comanda

è la voce del nemico.

E chi parla del nemico

è lui stesso il nemico.
(B. Brecht)

venerdì 7 novembre 2008

Se una ragazza ha regalato due anni ad un albero, noi possiamo dedicare qualche ora all'ambiente.

La protagonista di questa storia si chiama Julia Butterfly Hill e ha solo 23 anni nel 1997. Decide di trascorrere con gli amici un periodo tra le valli e le montagne della costa Occidentale degli Stati Uniti, solo per fare sport e vedere dei posti incantevoli, pieni di colori e di alberi.
Un giorno, nella grande Redwood Forest in California, Julia scopre che la maggior parte di quel maestoso polmone verde sta per essere rasa al suolo. Julia, una ragazza molto sensibile, inizia a compatire ciò che sta per essere distrutto, cade a terra e scoppia in lacrime.
Provare compassione significa condividere un sentimento, ma in questo caso vuol dire anche dare voce al dolore di una creatura incapace di parlare. Julia ha mostrato cosa prova un albero quando decidono di ucciderlo e gli dicono che anche tutti i suoi amici moriranno con lui.
“Non ho un passato da attivista”, racconta la ragazza, “ma la notizia del disboscamento mi ha fatto sentire coinvolta. Subito.”
Piangere non cambia niente, così la ventitreenne dell'Arkansas passa subito all'azione. Sceglie l'albero che le piace di più, gli regala il nome “Luna” e si arrampica sul suo tronco, senza sapere che le fronde di Luna saranno la sua casa per due anni. Julia rimane lassù dal 10 Dicembre 1997 al 18 Dicembre 1999, per ben 738 giorni della sua giovane, importante vita. Cosa fa in tutto quel tempo?
Pensa, lotta e impara. Sembra incredibile, ma si può arricchire la propria conoscenza anche seduti in cima ad una sequoia, non per niente gli eremiti sono noti per la loro saggezza!
Ad ogni tentativo di farla scendere per procedere alla devastazione della zona, Julia stringe i denti e difende la sua Luna. Alla fine del '99 arriva l'accordo con la Pacific Lumber/Maxxam Corporation, che risparmia Luna e molti acri del terreno intorno a lei.

Una storia affascinante ed educativa, che porta con sé tanti buoni propositi ma, a mio avviso, anche molti dubbi.
Come può un giovane decidere di dedicare due anni solo ad una certa causa proprio nel periodo in cui deve darsi da fare a costruire le basi per il suo futuro? La risposta non la conosco, ma questo episodio fa comunque capire che il primo passo da compiere per diventare cittadini del mondo è chiarirsi le idee. Ad ogni età e qualunque sia il nostro passato.
Per aiutare servono sia dimostrazioni enormi, come proteste e marce, sia atti di coraggio e sacrificio simili a quello di Julia Butterfly Hill, ma anche i nostri piccoli gesti quotidiani.
Mi chiedo anche se esiste un modo per individuare l'equilibrio tra quello che stiamo facendo per noi e il tempo che dedichiamo al mondo intero. Penso che ognuno di noi debba “solo” impegnarsi nell'agire sempre di più e sempre meglio, anche nelle piccole accortezze quotidiane.
In Ungheria, dove mi trovo da Settembre, sono rimasta contrariata dall'assenza di bidoni per la raccolta differenziata. Dopo alcune ricerche, ho capito che esistono, ma solo in alcuni luoghi, peraltro non segnalati. Gli stessi operatori ecologici mi hanno più volte costretto a gettare le bottiglie di plastica nel mucchio dei rifiuti organici. Ieri, tuttavia, ho avuto una gradita sorpresa. Rincasando,infatti, ho notato due bidoni nuovi di zecca nell'atrio della mia palazzina. Uno blu e uno giallo, carta e plastica. Questo è un bel progresso per Budapest, ammesso che i rifiuti non vengano riuniti in seguito, nella discarica. Molte altre città, invece, investono nella promozione delle energie rinnovabili e in altre politiche ecologiche più avanzate. Il Governo può fare qualcosa, ma se nessuno partecipa i suoi provvedimenti servono a poco. I cittadini devono comportarsi come le città, procedere per gradi.
Chi ancora getta la spazzatura in unico cestino può iniziare da questo. Gli altri che già la dividono, ma buttano le cartacce per terra se sono fuori casa possono imparare a tenersele in tasca finché non trovano un secchio. I migliori, quelli che pensano all'ambiente, ai senza tetto, agli anziani rimasti soli, ai bambini malati e agli animali in via d'estinzione, devono capire come possono coinvolgere altre persone in quello che stanno facendo. La solidarietà richiede fatica, più della stesura di un Curriculum Vitae, ma ha a dir poco la stessa importanza e offre premi duraturi e basilari.
A che serve guadagnare 2000 Euro al mese, per esempio, se poi non possiamo fare il bagno al mare perché l'acqua è troppo sporca?


“Il punto è che noi non solo possiamo fare la differenza, ma facciamo la differenza. Ognuno di noi ha il potere di curare o ferire, di essere un eroe o un distruttore – in ogni momento, con tutti i respiri di ogni giorno.” Julia Butterfly Hill

giovedì 6 novembre 2008

QUANTO CONTANO REALMENTE LE DIFFERENZE TRA OBAMA E BUSH?

Da: http://www.comedonchisciotte.org

DI ANDREW GEBHARDT
Counterpunch

Obama non è identico a Bush e McCain, e le sue differenze, sia retoriche che reali, contano: quanto contino dipende dalla vostra prospettiva.

Negli Usa viviamo in una cachistocrazia, una società governata dai suoi peggiori elementi. In questa terra di latte e miele lo schifo sale a galla. Se l'amministrazione Bush è la dimostrazione di questa velenosa verità, molti sperano che una presidenza di Obama fornisca l'antidoto. Nella sua storica campagna elettorale, il termine "speranza" è stato, in modo sorprendente, il giusto motto, assieme con il termine "cambiamento" e alcuni altri sentimenti positivi. Non c'è dubbio che una salutare dose di speranza e cambiamento possa fare molto bene al paese e al mondo, ma riconosco anche che si tratta di retorica da campagna elettorale. Le campagne politiche hanno da tempo riconosciuto la presenza di un'opinione pubblica affamata di speranza e cambiamento, questo è il motivo per cui Jesse Jackson coniò la frase "manteniamo viva la speranza" e Bill Clinton mentì sulla sua città di origine in modo da presentarsi come "l'uomo di Hope [speranza n.d.t.], Arkansas". Successivamente Clinton (che il compianto James Laughlin soprannominò "Smiley" [" il sorridente" n.d.t.]) tradì le promesse della sua campagna elettorale, deluse per quanto riguarda la salute pubblica, pose fine ai programmi di welfare, istigò omicidi di massa contro l'Iraq, e così via. Oggi, dopo altri otto anni di bugie e randellate da parte del regime cleptocratico di Bush, fatto di guerrafondai e gangster, chi non è pronto per un po' di speranza e di cambiamento? Persino i sostenitori di McCain e Palin sembrano poggiare la loro speranze sul fatto che la loro dinamica coppia porti alcuni cambiamenti a Washington. Il problema è che la retorica da campagna elettorale è stata completamente estrapolata dalla realtà. Le campagne di Nader, Mckinney e Barr offrono veramente alcune prospettive alternative, e una qualche vera speranza e cambiamento, ma i loro programmi sono stati ignorati, tranne che per presentarli come possibili cause della rovina di una eventuale vittoria Democratica (ma non democratica). Gli entusiasti di Obama tendono a scocciarsi o a deprimersi quando vengono fatte notare le somiglianze sue con Bush e McCain--per quanto riguarda il "piano di salvataggio" di Paulson, l'espansione della guerra in Afganistan, la genuflessione alla lobby israeliana, la ri-autorizzazione del Patriot Act, l'assegnazione dell'immunità a chi ha compiuto spionaggio nelle telecomunicazioni, e così via. Ma Obama non è identico a Bush e McCain, e queste differenze, sia retoriche che reali (come la sua posizione in favore della libera scelta [in materia di aborto n.d.t.]) contano. Quanto contino dipende dalla vostra prospettiva. Come molte persone penso che sarebbe bello avere un presidente che riesce a parlare per frasi compiute, è vissuto all'estero, ammette di essersi fumato uno spinello ed è anche afro americano. Riconosco che queste sono semplicemente qualità personali che attirano alcuni, allarmano o disgustano altri ed hanno al massimo un lascito simbolico sulla sostanza politica di una presidenza Obama/Biden. Come molte persone non riesco nemmeno a guardare o ad ascoltare Bush, con il suo ghigno, la sua risatina soffocata e la sua spavalderia da sangue blu. Ma che sia la notevole coppia Bush/Cheney, la geriatrica, belligerante e timorata di Dio coppia McCain/ Pain, o quella favorita dall'establishment, cioè Obama/Biden, vedo che queste persone sono in gran parte dei prestanome sulla prua di una nave che barcolla. O, per scegliere una metafora più adatta per questa che è stata la più costosa campagna elettorale della storia, Obama/Biden sono l'etichetta attaccata al prodotto chiamato " America". Proprio alla vigilia di quella che sembra una imminente vittoria di Obama, questi probabilmente sembrano sentimenti sprezzanti e guastafeste, lo riconosco. Scusatemi amici. Si può dire qualcosa per attribuire una qualche autentica speranza e cambiamento?"Esperar" in spagnolo significa sia " sperare" che " aspettare". Per molti latinoamericani, che hanno assistito a un'offensiva fatta da decenni di dittature e neoliberismo, queste sono emozioni attorcigliate in modo familiare. Un vero cambiamento significa combattere e costruire dalla base, come c'insegnano gli eventi di tutta l'America Latina, così come della nostra stessa storia. Non significa aspettare pazientemente e docilmente che qualcuno salti su una carrozza e pronunci la parola "CHANGE"! Significa lavorare diligentemente per fare in modo che accada. Abbiamo dimenticato come funzioni e che sapore abbia questo compito? Nonostante tutto sono in qualche modo speranzoso, lo ammetto. Non per quanto riguarda una presidenza Obama/Biden, sebbene debba dire che, per ragioni superficiali, sembrano più tollerabili di una presidenza McCain/Palin. Quello che spero è che l'ondata di appoggio per la campagna elettorale di Obama indichi una profonda trasformazione dell'opinione pubblica Usa. Spero che la gente maturi un disincanto per il suo riproporre ancora di più le stesse vecchie politiche, e si organizzi per un qualche vero cambiamento--chiedendo la fine di queste guerre, la fine delle elargizioni a Wall Street, la riduzione del budget del Pentagono, investimenti nelle infrastrutture, un incoraggiamento ad un'economia più ecologica, la fine della delocalizzazione del lavoro, ecc. ecc--tutte idee che hanno un appoggio popolare.
Ma l'appoggio, sino ad oggi, non si è tradotto nell'organizzarsi, nel cambiare le istituzioni che attualmente tolleriamo o nel crearne di nuove. Non è ingenuo lavorare per queste cose, aspettarle e sperare che arrivino. Continuare a inchinarsi di fronte agli specchietti per le allodole che produce il nostro sistema, accettare il peggio, è in gran parte una questione psicologica, e nel campo della psicologia il trionfo psicologico di speranza e cambiamento conta. È facile sentirsi scoraggiati, ed è perciò una tentazione rimanere catturati dalla retorica della speranza. Sebbene abbiamo vissuto sotto il governo dei peggiori, non deve sempre essere così. Stanchezza, pigrizia e cinismo sono i nostri peggiori nemici. Risvegliarsi alle possibilità di un'autentica speranza e di un autentico cambiamento significa sfidare i leader, e significa, ogni giorno, un difficile lavoro di base che alcuni, ma non ancora abbastanza tra noi, fanno. L'aspetto più promettente del messaggio di "speranza e cambiamento" di Obama potrebbe essere che la gente veda queste parole per quello che sono, e richieda a chiunque ottenga l'incarico che alcune politiche reali giustifichino queste emozioni fragili e necessarie a cui molti di noi si aggrappano.

Andrew Gebhardt può essere contattato all'indirizzo gebhardtandrew@hotmail.com
Titolo originale: "How Much Do the Differences Between Obama and Bush Really Matter? "Fonte: http://www.counterpunch.org
Link
03.11.2008
Scelto e tradotto per www.comedonchisciotte.org da ALCENERO

lunedì 13 ottobre 2008

SONO SOPRAVVISSUTA ALLA GUERRA IN GEORGIA: ECCO COSA HO VISTO

da: http://www.comedonchisciotte.org
DI: * LIRA TSKHOVREBOVA


Accuso i leader georgiani


TSKHINVALI, OSSEZIA DEL SUD – In un discorso alle Nazioni Unite il mese scorso, il Presidente Georgiano Mikheil Saakashvili ha implorato i leader del mondo affinché creino un’indagine internazionale per scoprire la verità riguardo alla Guerra nell’Ossezia del Sud. Non potrei essere più d’accordo. Però credo che i risultati di un’investigazione onesta rivelerebbero una verità molto diversa da quella che sostiene il presidente Saakashvili. Questo lo so perché ero a Tskhinvali, la capitale dell’Ossezia del Sud il 7 Agosto quando le truppe Georgiane marciarono nella città e uccisero i miei amici e i miei vicini. Mi strinsi con la mia famiglia nel terrore per tre notti mentre i razzi e i carri armati di Saakhashvili distruggevano centinaia delle nostre case, dissacrarono i nostri cimiteri e sventrarono case e ospedali. Ho anche buone ragioni per non fidarmi di quello che dice Saakashvili. Ricevetti chiamate da molti dei miei amici georgiani per tre giorni prima dell’attacco, tutte che mi avvisavano di andare via, che Saakashvili stava pianificando un attacco. Gran parte dei georgiani che vivevano nell’Ossezia del Sud se ne andarono perché sapevano quello che stava per succedere. Durante la notte del 7 Agosto Saakashvili andò in televisione e rassicurò la popolazione civile impaurita dell’Ossezia del Sud che non ci avrebbe attaccato. Saakashvili adesso sostiene che i Russi hanno cominciato ad “invadere” la Georgia. Gli osseti andarono a letto quella notte con grande sollievo e grati per una notte tranquilla. Meno di due ore dopo, secondo varie testimonianze internazionali credibili, tre brigate di fanteria con la sua artiglieria e i suoi bombardieri scatenarono quello che posso solo definire come un inferno sulla nostra città. Sul momento sentivamo solo la nostra paura mentre ci nascondevamo. Poi parlai con centiaia di osseti riguardo a cosa ci fu fatto quella sera. L’anziano padre di un mio amico provò a spengere le fiamme che il fuoco georgiano aveva appiccato sulla casa che costruì con le sue stesse mani. La sua gamba era stata martoriata dale schegge di armi georgiane. Morì dissanguato mentre la sua moglie invalida strisciava fuori dalla loro casa incendiata. Degli osseti videro carri armati Georgiani che sparavano negli scantinati dove donne e bambini si riparavano, e videro famiglie che si davano alla fuga uccise da cecchini georgiani. Scoprimmo poi che l’armata Georgiana utilizzò anche lanciarazzi Grad [Lanciarazzi BM-21, ndt] e bombe a grappolo contro Tskhinvali. Sì, vorrei molto che una commissione d’indagine internazionale vedesse la verità riguardo a quello che è successo. Quando uscii dai nascondiglio, ringraziando Dio che i Russi ci avessero salvato la vita, fui totalmente demoralizzata dalla reazione dei media internazionali per quello che era successo. Non c’era nulla sui morti dell’Ossezia e gli orrori gratuiti inflitti dall’esercito di Saakashvili. Mi spezzò il cuore. La verità è stata soppressa dalla potente macchina delle pubbliche relazioni Georgiane così spietatamente come i carri armati georgiani sono passati sopra gli indifesi cittadini di Tskinvali. So che gli Americani sono un popolo generoso e leale. Ma agli Americani non è stata detta la verità riguardo a quello che ci è successo. Gli americani non capiscono che gli osseti sono un popolo cristiano ortodosso indipendente con una storia molto lunga nella nostra terra. Il mondo parla solo della libertà della Georgia. Ma della libertà del mio popolo? Non vogliono significare nulla le nostre voci e la nostra sofferenza? Non dò la colpa ai georgiani per quello che ci è sucesso, gran parte degli osseti e dei georgiani vogliono vivere in pace, io incrimino i capi della Georgia. Saakashvili ha convinto il mondo che è un faro di democrazia e franchezza, ma non vuole dire la verità nemmeno al suo popolo. I miei amici georgiani non hanno potuto vedere alcun sito Russo durante il conflitto perché tutti quei siti furono bloccati dal governo di Saakashvili. So che siamo un popolo poco numeroso, e non sostengo di capire gli esperti in geopolitica con le loro teorie e dichiarazioni alle grandi potenze, ma ho combattuto per i diritti della donna in Ossezia per 12 anni e credo nella verità. In un recente articolo Saakashvili cinicamente ignorò la sofferenza e le morti dell’Ossezia perché sosteneva che la Russia “disse bugie” riguardo a quanti del mio popolo fossero stati veramente uccisi dall’esercito georgiano. Mi si spezza il cuore solo all’idea di mettermi a discutere riguardo a questo. Nessuno -Saakashvili incluso- sa quanti osseti sono stati uccisi dal suo esercito. Ho degli amici che hanno seppellito i loro cari nei loro giardini perché non c’erano alternative. Molti ancora non sono stati ritrovati. Saakashvili crede che il suo feroce attacco su una città di civili fosse giustificato dal fatto che ha ucciso solo centinaia anzichè migliaia di civili? Gli Americani si rendono conto che un esercito addestrato ed equipaggiato da loro ha attaccato una popolazione civile mentre dormiva nel proprio letto? Potrebbero mai giustificare il mandare un’altro miliardo di dollari alla Georgia e non fare nulla per coloro che la Georgia ha attaccato?
Ho lanciato un’appello al mondo per aiuti umanitari per il nostro popolo al sito www.helpossetianow.org.
Prego affinché gli Stati Uniti e il mondo di scoprano la verità.
Per favore ascoltate le nostre voci.
*Lira Tskhovrebova è la fondatrice dell’Associazione Donne Ossete Per la Democraziea e i Diritti Umani [Association of South osseti an Women for Democracy and Human Rights] e ha lavorato per più di un decennio per migliorare le relazioni tra i popoli di discendenza georgiana ed osseta nel Caucaso.
Titolo originale: "I survived the Georgian war. Here's what I saw."
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di CARLO CASALE

venerdì 5 settembre 2008

La politica sull'immigrazione in Italia: incompetenza o malafede?

Per chi si è sempre sforzato di entrare nel merito dei problemi, di analizzarli con oggettività individuando le possibili soluzioni con pragmatismo, sganciandosi dai pregiudizi e dalle convinzioni ideologiche, questo è davvero un triste periodo.

Domina la propaganda e la demagogia la fa da padrona.

Si tace sulle vere emergenze del Paese, mentre tutti in coro ci si sgola per enfatizzare problemi inesistenti o gonfiati ad arte da un’informazione sempre più spesso pronta, per servilismo o complicità più o meno esplicita, a fare da battistrada alle iniziative governative, che trovano immediato sostegno nel parlamento.

Hanno così visto la luce leggi originate da scelte di natura ideologica, anche se presentate come efficaci strumenti per la soluzioni di problemi in realtà inesistenti o marginali e certamente meno prioritari, per esempio, dell’aumento dei prezzi, o del potere d’acquisto dei salari.

Tra i tanti possibili esempi vorrei analizzarne uno passato quasi sotto silenzio che, tra le altre cose, ha creato un vero e proprio mostro giuridico. Sto parlando del recente decreto sulla sicurezza. Ed in particolare sto parlando delle norme riferite all’immigrazione.

Prima di entrare nello specifico ritengo però sia necessario analizzare un poco nel dettaglio la normativa generale sull’immigrazione, la cosiddetta legge Bossi-Fini che è stata ed è la vera prima causa dell’aumento sia dell’emigrazione clandestina che dell’esercito di immigrati irregolari che vivono, e LAVORANO, in Italia.

Per le persone non in malafede forse basterebbe la considerazione che questa legge, nei fatti, non solo non ha fermato l’immigrazione clandestina, ma da quando è in vigore tale fenomeno è decisamente aumentato. Per verificare questa realtà non servono le statistiche: è sufficiente leggere le varie dichiarazioni degli esponenti dell’attuale maggioranza che, in nome di questa emergenza, si sono affrettati a varare norme ancora più punitive di quelle già in vigore. Come dire: per rimediare ad una legge che non funziona, si va avanti nella stessa direzione, peggiorando le cose…

Più o meno tutti dicono: se un immigrato viene in Italia per lavorare, che sia benvenuto!
Niente di più falso!

Pochi sanno che l’attuale legge in realtà sembra fatta apposta per impedire ad uno straniero di lavorare legalmente in Italia, nonostante, specie nel nord, se non ci fossero gli immigrati tantissime realtà produttive dovrebbero semplicemente chiudere per mancanza di mano d’opera.

Sì, perché avere un lavoro e una casa non basta! E non sto parlando di lavoro nero. No, anche avere un lavoro con assunzione a tempo indeterminato talvolta può non bastare!.
Si, perché in Italia un immigrato può entrare e soggiornare legalmente oltre il periodo concesso per turismo solo se il lavora già ce l’ha. In pratica dovrebbe fare una richiesta alle autorità diplomatiche italiane presenti nel suo Paese; verrebbe quindi inserito in non meglio precisate liste di collocamento istituibili grazie ad accordi bilaterali con gli stati d’origine dei lavoratori immigrati (Titolo III art. 22 comma 5 testo unico dell’immigrazione) e da quel momento dovrebbe restare in attesa…Restare in attesa di cosa?
Ma di essere chiamato in Italia da un imprenditore, ovviamente. Il quale, ammesso che riesca ad usufruire di queste liste ( ma dove le trova poi?),senza conoscerlo, senza averlo mai visto né “provato” dovrebbe assumerlo garantendogli anche una casa.

Ma non basta.

Il contratto di lavoro e il conseguente ingresso dell’immigrato nel nostro Paese potrà avvenire soltanto se il datore di lavoro riuscirà a far rientrare la sua richiesta tra quelle autorizzate ogni anno dal ministero attraverso il decreto sui flussi, che stabilisce, anno per anno, a quanti immigrati rilasciare il visto d’ingresso per motivi di lavoro.

Attenzione : la quota stabilita dal decreto sui flussi è in realtà la somma di quote diverse. Il decreto 2007 ha stabilito una quota di 170.000 stranieri ammessi ad entrare in Italia per motivi di lavoro. A questa quota si arriva sommando:: 47.100 posti riservati a stranieri provenienti da paesi che collaborano con l’Italia nel contrasto all’immigrazione clandestina: Albania, paesi del Maghreb, Egitto, Senegal, Filippine ecc (si tratta delle cosiddette “quote riservatarie”); 65.000 posti per gli stranieri, che non provengano dai paesi riservatari, impiegati nel lavoro domestico; altri 14.200, sempre non riservatari, per lavoro edile; 30.000 per i restanti settori produttivi; e il resto su “quote” minori (studenti già in Italia che vogliano rimanere per motivi di lavoro, lavoratori autonomi, tirocinanti, dirigenti, autotrasportatori ecc.).
Questo significa, praticamente, che anche se uno straniero viene effettivamente chiamato in Italia per fare, per esempio l’operaio in un’acciaieria, anche se il datore di lavoro dimostra inequivocabilmente di avere così bisogno di mano d’opera di arrivare ad assumere una persona mai vista, se arriva tardi, se cioè la quota a disposizione si è esaurita…beh non resta ad entrambi che aspettare il prossimo anno e sperare…

Eventualità tutt’altro che improbabile visto che sempre per esempio nel 2007 a fronte di 170.000 ingressi autorizzabili sono state presentate 700.000 domande! Vale a dire 700.000 datori di lavoro che richiedevano 700.000 lavoratori.

Una volta esaurita la quota, le richieste “in esubero” vengono tutte rigettate.
Esaurita la quota, tutti coloro che arrivano dopo si vedranno rigettare la loro domanda anche se in possesso dei requisiti richiesti dalla legge.

E’ come una specie di “gara a tempo”: chi arriva prima avrà in premio il permesso di soggiorno, chi arriva dopo l’esaurimento della “quota” si vedrà rifiutare la domanda.
Ed è una gara drammatica che si gioca sulla pelle e sui bisogni primari di una persona : si pensi che i posti disponibili si esauriscono nel giro di dieci minuti, un quarto d’ora al massimo, e che le domande presentate sono quattro o cinque volte superiori rispetto alle quote stabilite dal governo…

Se poi l’immigrato proviene da uno dei paesi con quote riservate, vale a dire uno dei paesi che hanno sottoscritto con l’Italia speciali accordi di cooperazione in materia migratoria, si supera davvero il limite del il ridicolo. Basti pensare che, per esempio, la quota riservata per gli immigrati somali, sempre nel 2007 è stata di ben 100 , dico cento, unità!

Vorrei mettere l’attenzione su un particolare tutt’altro che marginale: sono i datori di lavoro a dover presentare le domande.
I datori di lavoro, non gli immigrati.
Questo significa che il posto di lavoro l’extracomunitario già ce l’avrebbe. Questo significa che il datore di lavoro ha l’effettivo bisogno di quella persona per la quale richiede l’ingresso nel nostro paese!
Ma non si era detto che i flussi servivano ad evitare l’ingresso in Italia di persone senza casa e senza lavoro?
Settecentomila datori di lavoro hanno richiesto l’assunzione di settecentomila immigrati, per
i quali avevano provveduto, come prescrive la legge, anche a trovare un alloggio adeguato.
Ne sono stati autorizzati soltanto 170.000. E non perchè i richiedenti non avevano i giusti requisiti o avevano sbagliato la compilazione dei moduli !
E nemmeno perché c’erano più richieste che offerte, visto che le domande presentate direttamente dai datori di lavoro, sono l’implicita dimostrazione che l’offerta c’è, o meglio ci sarebbe.
Sono l’implicita dimostrazione che quei settecentomila avrebbero avuto un lavoro e una casa!
Quindi è falso che la politica dei flussi serve ad evitare la presenza in Italia di senza lavoro e senza tetto!

Ancora convinti che chi vuole lavorare legalmente in Italia è il benvenuto?

Continuiamo!
E’ evidente a chiunque che le cose nella realtà non funzionano secondo i desideri dei nostri legislatori. Praticamente il cittadino straniero che non trova lavoro nel suo paese e ha una famiglia da mantenere, oppure che deve andarsene per via di una guerra, di una carestia, di una persecuzione ecc, ecc, non resta ad aspettare che qualcuno lo chiami. Viene in Italia, quando può con visto turistico, quando non può clandestinamente, magari attraverso la rete di sfruttatori che organizza i viaggi della speranza .
Per contro, il datore di lavoro che cerca mano d’opera, nemmeno si sogna di assumere a distanza. Cerca e trova l’immigrato già presente in Italia. Lo prova e se lavora bene, prova ad assumerlo.

Chiediamoci: se fossimo noi nell’esigenza di emigrare, come ci muoveremmo’ E se fossimo noi nell’esigenza di trovare mano d’opera, come ci muoveremmo?

Nella realtà infatti quei 700.000 si trovavano già in Italia. Avevano cercato lavoro direttamente e, molti di loro erano già stati assunti in nero. Poi, per regolarizzarli il datore di lavoro aveva presentato la domanda fingendo che la persona per la quale si richiedeva l’assunzione fosse ancora nel suo paese d’origine come prescrive la legge.

Probabilmente i 170.000 autorizzati sono tornati effettivamente nel loro Paese, sempreché non fossero arrivati in Italia spinti dalla disperazione per una guerra, una carestia, una persecuzione; e da lì, muniti finalmente del sospirato visto d’ingresso, sono rientrati legalmente in Italia.

E tutti gli altri? La maggioranza ha semplicemente continuato a vivere e a lavorare in nero in Italia, perché indietro non può tornare e perché qui un lavoro lo ha effettivamente trovato.
Il datore di lavoro invece, magari con preoccupazione, ma certamente per necessità, non potendo permettersi di lasciarlo a casa perché la sua azienda senza quella mano d’opera chiuderebbe, ha continuato a pagarlo in nero.!

Questa è la realtà e basterebbe fare un giretto per le “fabbrichette” del nord per averne conferma!

Eccolo qui l’esercito di clandestini e irregolari!
Clandestini e irregolari per colpa di una legge che dice di voler combattere la clandestinità e contemporaneamente aiutare chi vuole vivere, lavorando in Italia!

Ma quello che è sotto gli occhi di tutti, quello che chiunque può capire anche solo partendo dalle semplici considerazioni sin qui esposte, sembra essere ignorato del governo che anzi sembra aver deciso di sferrare l’attacco finale.

Ed ecco la ragione vera degli ultimi provvedimenti sull’immigrazione, o meglio degli ultimi provvedimenti contro l’immigrazione.
Non contro l’immigrazione clandestina, ma contro l’immigrazione, perché appare evidente che le scelte governative nascondono l’intento politico-ideologico, di fermare l’immigrazione, al di là dei comportamenti e dei bisogni dei singoli e al di là degli effettivi interessi del nostro Paese!

Questa legge non è riuscita a fermarvi e a ricacciarvi nei vostri paesi e ha semplicemente creato un esercito di irregolari e clandestini? Bene inaspriamo le pene. Facciamo diventare la clandestinità un reato e mandiamo in galera anche tutti coloro che favoriscono il perpetuarsi di questa situazione, datori di lavoro e proprietari di case compresi!

Non intendo qui entrare nel merito della norma che trasforma centinaia di migliaia di persone in latitanti, con tutte le conseguenze sociali, giuridiche, organizzative che ne conseguono.
Voglio invece limitarmi ad analizzare una norma contenuta nel cosiddetto decreto sicurezza che ha davvero dell’incredibile e che è esplicativa della competenza (!!!) e dell’atteggiamento generale dei nostri legislatori riguardo l’immigrazione.

Questo è l’articolo in questione:
«5-bis. Salvo che il fatto costituisca piu' grave reato, chiunque
cede a titolo oneroso un immobile di cui abbia la disponibilita' ad
un cittadino straniero irregolarmente soggiornante nel territorio
dello Stato e' punito con la reclusione da sei mesi a tre anni. La
condanna con provvedimento irrevocabile comporta la confisca
dell'immobile, salvo che appartenga a persona estranea al reato. Si
osservano, in quanto applicabili, le disposizioni vigenti in materia
di gestione e destinazione dei beni confiscati. Le somme di denaro
ricavate dalla vendita, ove disposta, dei beni confiscati sono
destinate al potenziamento delle attivita' di prevenzione e
repressione dei reati in tema di immigrazione clandestina.».
Analizziamolo.
Innanzi tutto questo articolo non riguarda soltanto chi trae un ingiusto profitto dalla locazione ( come è stato riferito dai media) ma chiunque ceda a titolo oneroso un immobile. Vale a dire chiunque affitti un immobile indipendentemente dal canone richiesto.
Non riguarda neppure soltanto i clandestini ma tutti i cittadini stranieri irregolarmente soggiornanti nel territorio dello Stato.
Irregolarmente soggiornanti. Ma cosa significa? E’ questo un concetto ambiguo che non trova adeguata definizione giuridica
Sappiamo che un clandestino è colui che entra illegalmente, vale a dire senza visti di ingresso, documenti ecc in Italia. E un irregolare? Un irregolare è colui che è entrato in Italia legalmente ( con visto di ingresso, documenti, ecc, ecc) ma una volta scaduto il permesso di soggiorno si trova in una specie di terra di nessuno perché anche se ha presentato la domanda di rinnovo, il permesso di soggiorno lui non ce l’ha e la sua richiesta potrebbe anche essere respinta! Vale a dire che TUTTI gli immigrati regolari attraversano fasi più o meno lunghe dove potrebbero essere definiti degli irregolari, con tutte le conseguenze del caso! E tale periodo può essere del tutto indipendente dalla volontà dell’immigrato ma dipendente invece dalle procedure e dai tempi della burocrazia.
Può capitare per esempio che una persona entri in Italia per ricongiungimento familiare. Trovi lavoro e venga assunto a tempo indeterminato. Può capitare che il ricongiungimento sia, per esempio con una sorella da tempo legalmente in Italia e può capitare che la sorella si sposi e vada a vivere con il marito. In questo caso il fratello che per legge avrebbe l’obbligo di vivere con la sorella si ritrova improvvisamente fuori legge. Il suo permesso viene revocato nonostante abbia un regolare lavoro e una casa.
In questo caso, tra l’altro, il datore di lavoro rischia una multo e/o la galera perché, del tutto inconsapevolmente, sta favorendo un immigrato irregolare!
Ma andiamo avanti.
Immaginiamo che un immigrato con regolare permesso di soggiorno e con un contratto di lavoro anche a tempo indeterminato prenda in affitto un appartamento.
Il proprietario dell’immobile chiederà per la stipula del contratto di locazione ciò che è previsto dalla legge, vale a dire il codice fiscale e la copia del documento di identità, che invierà in questura entro 24 ore con la dichiarazione di cessione del fabbricato. Successivamente e nei termini previsti registrerà il contratto all’ufficio delle entrate.
Questi sono gli unici obblighi previsti dalla legge in vigore.
Ma come? E il permesso di soggiorno?
La legge sulle locazioni immobiliari proprio non li menziona!
Immaginiamo però che il proprietario dell’appartamento chieda scrupolosamente la copia del permesso di soggiorno e verifichi che tutto sia in regola. Bene. Tutto a posto allora? Per niente!
Un regolare contratto di affitto, infatti, ha durata di quattro anni, tacitamente rinnovabile per altri quattro. E il permesso di soggiorno? Il permesso di soggiorno invece dura al massimo due anni! ( N.B. perché un immigrato possa richiedere la carta di soggiorno, vale a dire una specie di permesso a tempo indeterminato, deve essere regolarmente in Italia da almeno 6 anni!)
E cosa succede quando il permesso di soggiorno scade? Beh, deve essere rinnovato e in genere passano mesi prima che ciò avvenga. E può capitare che non venga rinnovato! E così il nostro immigrato regolare con casa lavoro e, probabilmente, famiglia a carico, diventa un irregolare!
E il proprietario che ha concesso l’immobile in locazione rispettando tutte le norme in vigore? Beh…semplicemente rischia la reclusione da sei mesi a tre anni e la confisca dell’immobile, secondo quanto previsto dall’articolo sopra riportato!
Immaginiamo però che questo scrupolosissimo proprietario, allo scadere del secondo anno, si rivolga al suo inquilino e chieda l’esibizione del rinnovo del permesso di soggiorno ( n.b. la legge non lo prevede e quindi l’inquilino potrebbe rifiutarsi) . L’inquilino a quel punto può solo mostrare la ricevuta rilasciata dalla questura che documenta che è stata presentata la domanda di rinnovo.
A rigor di legge quell’inquilino, con regolare contratto di lavoro è diventato un irregolare. Che fare? Lo scrupoloso proprietario decide che non può rischiare e invita l’inquilino ad andarsene. Ma come!? E il contratto d’affitto regolarmente registrato che assicura la casa almeno per quattro anni? Eh già, è necessario allora avviare una causa per sfratto..
E qui viene il bello , perché proprio non esiste tra le cause di interruzione anticipata del contratto, la mancanza del rinnovo del permesso di soggiorno. Si può sfrattare per morosità e per sub affitto; dopo quattro anni si può non rinnovare il contratto perché la casa viene ristrutturata o perché deve essere abitata dal proprietario o da un suo familiare. Ma niente, proprio niente è previsto in caso l’inquilino sia in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno, o che non gli venga rinnovato!
Attenzione. Non sto parlando di casi estremi. Sto parlando di situazioni assolutamente normali.
Il permesso di soggiorno vale due anni. Il contratto d’affitto almeno quattro!
E a quel punto che si fa? Nessuno lo dice.
Nel frattempo però, come segnalato nel mese d’agosto dalla Confedilizia, nessuno vuole più affittare appartamenti a degli immigrati, anche se muniti di regolare permesso di soggiorno e di un lavoro.
Di esempi ce ne sarebbero ancora molti e tutti più o meno dello stesso tipo.
Siamo ancora convinti che se uno straniero lavora e ha una casa, può soggiornare liberamente in Italia?
Alla faccia del buon senso, della certezza del diritto, degli accordi bilaterali, della effettiva necessità di mano d’opera, dei diritti dell’uomo e della tradizione di emigrazione del nostro Paese.
Si dice che per il mondo vivono e lavorano circa 60 milioni di Italiani. Mi piacerebbe vedere se gli stati che li ospitano mettessero in atto le stesse misure in vigore in Italia…
Nel frattempo, proprio ieri, il presidente della camera onorevole Fini, a proposito della concessione del diritto di voto agli immigrati ha dichiarato:
“Non ho nulla in contrario, a condizione che gli immigrati cui viene concesso questo diritto rispettino anche tutti i loro doveri. Vale a dire rispettare la legge, avere una casa e un lavoro….”

mercoledì 23 aprile 2008

Lo sceriffo e i maiali



IL MANIFESTO del 22 Aprile 2008



terraterra


La Riserva, lo sceriffo e i maiali

di Marco Cinque



La multinazionale Hog Farm, in combutta con lo sceriffo di una Contea del South Dakota, apre illegalmente un allevamento di maiali nella Riserva indiana di Yankton-Sioux. Seguono proteste e la polizia arresta 20 membri della tribù. Sembra una cronaca dei tempi della «conquista del west», e dice molto sulla realtà delle popolazioni native del Nord America.Sono più di 500 anni che sperimentano una repressione inflitta con l'arroganza impunita di chi si considera ancora il loro «padrone». Oggi, le Riserve sono luoghi limitati e privi di risorse, con livelli di disoccupazione, miseria, alcolismo e violenza senza eguali negli Stati Uniti; ma sono anche l'unico posto che un amerindiano può ancora chiamare «casa». Le leggi degli Stati uniti, sulla carta, promettono rispetto e tutela per l'autonomia giuridica delle Riserve, ma la realtà è ben diversa, tant'è che recentemente i Lakota-Sioux, per bocca del leader dell'American Indians movement (Aim), Russel Means, hanno chiesto di stracciare tutti i trattati stipulati coi governi Usa, «parole senza senso su carta senza valore».Ecco dunque il caso del South Dakota, dove uno sceriffo pensa di poter fare la legge. Ray Westindorf, sceriffo della Contea di Charles Mix County, di recente ha permesso a una grande azienda di allevamento, la Hog farm, di occupare abusivamente una parte del territorio della Riserva Yankton-Sioux, per costruirvi un grande allevamento. Il figlio dello sceriffo in questione, si è già aggiudicato il contratto elettrico per il progetto della Hog Farm. Nonostante le opinioni contrarie della tribù e dei coltivatori locali, che lamentavano grossi rischi sia per la salute dei loro figli che per l'inevitabile impatto ambientale (gli scarichi di un allevamento intensivo possono essere estremamente inquinanti), il solerte sceriffo, in barba alla legge che egli stesso dovrebbe difendere, ha imposto con la forza la costruzione della mega-fattoria. Naturalmente ci sono state proteste e molti esponenti della tribù hanno manifestato pacificamente contro una tale prepotenza, che non solo sottrae illegalmente la loro terra, ma la sfrutta e l'avvelena per i propri, è il caso di dirlo, «porci» profitti.Purtroppo le proteste non hanno avuto grande risalto mediatico, neppure quando, il 15 aprile scorso, un abnorme spiegamento di poliziotti del South Dakota con al seguito rinforzi dell'Iowa e tanto di cecchini appostati, ben 54 auto e altri automezzi, hanno arbitrariamente invaso un territorio su cui non hanno giurisdizione. Sembrava un piccolo esercito e non è stato difficile per questo moderno «settimo cavalleggeri» soffocare una protesta pacifica e arrestare 22 manifestanti nativi. Ora le ruspe stanno svolgendo indisturbate il proprio lavoro, protette dall'audace sceriffo Westindorf che, nel frattempo, impedisce persino lo svolgimento di cerimonie religiose nella zona, giustificando tale sopruso come «violazione di proprietà privata». Diverse organizzazioni si sono mobilitate a sostegno dei Yankton-Sioux. Il Peace and Justice Center ha inviato suoi osservatori sul posto, vista la grave violazione dei diritti umani e sono pronti anche a farsi arrestare pur di attirare la pubblica attenzione. Anche il Dakota Indian Movement si sta attivando, mentre l'International Indian Treaty Council ha già inviato dei suoi avvocati per documentare questo palese sopruso, per denunciarlo poi al Forum permanente delle Nazioni unite. Nel frattempo chiedono di inviare messaggi di protesta al governatore del South Dakota, all'indirizzo: http://www.state.sd.us/governor. Per gli aggiornamenti sulla vicenda si possono consultare i siti www.nativiamericani.it e http://www.siouxcityjounal.com/, mentre le immagini della protesta sono visibili su http://www.youtube.com/watch?v=6QYFqe7g7Rk&feature=related. E' interessante: le aziende della Hog Farm sono già state bandite dal suolo di molti Stati americani. Ma restano sempre le Riserve native...

venerdì 28 marzo 2008

mercoledì 12 marzo 2008

Repressione monaci tibetani

IL MANIFESTO del 11 Marzo 2008

Divieti in serie

L'India ferma la marcia degli esiliati tibetani. Vietate anche in Nepal, con botte e arresti, e in Grecia le celebrazioni contro la Cina

di Angela Pascucci

Bloccati in India, picchiati e arrestati in Nepal, circoscritti in Grecia. Una serie di amari rifiuti, ieri, per gli esiliati tibetani nel mondo che ce l'avevano messa tutta perché quest'anno assumesse particolare rilevanza e ampiezza la rituale celebrazione dell'anniversario, il 49esimo, della fallita rivolta anti cinese del 1959 alla quale fece seguito la fuga del Dalai Lama e di altre migliaia di tibetani da Lhasa verso l'India, dove sono rimasti in esilio. Le iniziative organizzate erano molteplici perché in quest'anno di Olimpiadi l'attenzione mondiale è particolarmente concentrata sulla Cina e gli esiliati tibetani, che protestano anche contro l'attribuzione dei Giochi a Pechino, sperano in una maggiore risonanza delle proprie iniziative volte a denunciare quella che essi definiscono l'illegale occupazione cinese della loro terra, la repressione continua e lo stravolgimento della religione e della cultura tibetana. Con tutta evidenza, una causa che ieri non ha trovato, almeno a livello ufficiale, molti difensori che scendessero in campo a sfidare la Cina, come invece ha fatto la pop star islandese Bjork nei giorni scorsi cantando «Indipendenza per il Tibet» addirittura a Shanghai.A Dharamsala ieri, si è dispiegata la potenza di Cindia. Nella capitale storica del governo tibetano in esilio si erano riuniti 101 rifugiati dal Tibet. Monaci, monache ma anche giovani nati sul territorio indiano, determinati a iniziare una lunga marcia di sei mesi per raggiungere il confine cinese in nome del diritto di «tornare nella nostra patria». Intorno a loro, a sostegno dell'iniziativa, alcune centinaia di sostenitori indiani ed occidentali (fra i quali una delegazione del partito radicale italiano) erano arrivati per assistere alla partenza del gruppo. Che però non è andato troppo lontano. La polizia ha ricevuto dal governo centrale di Nuova Delhi un ordine di restrizione che non ha consentito loro di varcare neppure i confini del distretto di Kangra. In Nepal, a Katmandu, un migliaio di manifestanti tibetani intenzionato a portare la protesta fino all'ambasciata cinese al grido di «Tibet libero» si è scontrato con la polizia che aveva avuto dal governo l'ordine di non consentire manifestazioni anti cinesi; 80 persone sono state arrestate, riporta la Bbc.In Grecia, a Olimpia, i manifestanti pro Tibet si sono visti negare l'accesso al sito dove si trovano le rovine dell'antica città all'interno del quale intendevano accendere una simbolica torcia olimpica, anticipando l'accensione ufficiale della fiaccola prevista per il 24 marzo. La cerimonia tibetana si è dovuta svolgere all'esterno del recinto. «E' la prova della vasta influenza dello stato cinese» ha dovuto constatare Tendon Dahortsang, dell'Associazione per la gioventù tibetana in Europa. Le iniziative non sembrano aver avuto l'avallo ufficiale del Dalai Lama. Nel suo discorso per l'anniversario, il leader spirituale, che diversamente dagli esiliati da qualche tempo sostiene posizioni autonomiste e non indipendentiste, ha ripetuto ieri le sue denunce contro Pechino. «In Tibet» ha detto «la repressione continua ad aumentare con numerose, inimmaginabili e grossolane violazioni dei diritti umani». Ha tuttavia riconosciuto che la Cina è diventata «una grande potenza. Questo deve essere visto con favore». Ha ricordato di aver sostenuto l'attribuzione dei Giochi a Pechino ma, ha detto «oltre a mandare i propri atleti, la comunità internazionale dovrebbe ricordare al governo cinese questi problemi».A suo modo, anche Pechino cavalca le Olimpiadi per sostenere la propria causa in Tibet. Le celebrazioni ufficiali prevedono infatti che in un giorno del prossimo maggio un alpinista cinese brandirà la fiamma a 8848 metri d'altitudine, sulla sommità dell'Everest. Una equipe della televisione ufficiale cinese è naturalmente pronta a seguire in diretta, fin dove sarà possibile, la scalata.

TIBET: ESPLODE LA RIVOLTA BUDDISTA

Dieci anni dopo le ultime repressioni la folla amaranto sfida nuovamente il regimeTibet

Esplode la rivolta buddista
La polizia arresta settanta monaci

di RAIMONDO BULTRINI

DHARAMSALA - Dopo i monaci buddisti birmani è la volta dei loro compagni di fede del Tibet. Per la prima volta a distanza di dieci anni dalle repressioni cinesi dell'88 e '89, l'esercito in amaranto dei grandi monasteri di Lhasa è sceso in strada in occasione del 49esimo anniversario della fallita rivolta contro l'occupazione delle truppe di Pechino. Tra i 3 e i 400 religiosi, usciti da due dei più grandi complessi di studio e preghiera attorno alla capitale tibetana, hanno sfilato in corteo chiedendo il rilascio di un gruppo di religiosi e laici arrestati a ottobre con l'accusa di aver inneggiato alla consegna della medaglia d'oro del Congresso americano al Dalai Lama, e per chiedere il ritorno in Tibet del loro leader spirituale esule nella città di Dharamsala, in India. In una serie di contraddittorie dichiarazioni, diverse autorità cinesi hanno prima smentito poi ammesso di aver effettuato degli arresti. Secondo un portavoce del ministero degli Esteri "qualche monaco ignorante di Lhasa, sostenuto da un manipolo di persone, ha commesso delle illegalità con l'intenzione di sfidare la stabilità sociale, e sarà punite secondo la legge". Per minimizzare ulteriormente, il capo del governo tibetano Champa Phuntsok ha detto che "non è davvero successo niente, ogni cosa è a posto". Ma Radio Free Asia cita fonti locali che parlano di oltre 70 arresti, alcuni dei quali effettuati in pieno centro di Lhasa, nell'affollata area del Barkhor dove pellegrini da tutto il Tibet giungono prostrandosi di fronte alle enormi immagini dei Buddha custodite nel tempio Jockang. Tra questi anche un lama "reincarnato" e diversi altri cittadini dei quali i siti web del dissenso hanno diffuso nomi e cognomi. Notizie di proteste sono giunte anche dalla remota regione dell'Amdo, dove numerosi cittadini avrebbero boicottato una funzione ufficiale nel distretto di Mangra e gridato alla Lunga vita del Dalai lama, originario di queste montagne. Il vento della rivolta, che secondo i tibetani esuli di Dharamsala soffierà fino ai Giochi Olimpici, è partito lunedì dal monastero di Drepung, la più grande delle istituzioni religiose a pochi chilometri dalla capitale del Tibet. Costruito come una cittadella con centinaia di edifici, un tempo ospitava oltre settemila monaci. Oggi sono meno della metà e i più ribelli vengono costretti a seguire corsi di "rieducazione" politica. Oltre trecento di loro hanno tentato di marciare verso il leggendario Palazzo Potala, ex dimora del Dio Re, ma sono stati bloccati a arrestati in massa. In misura minore anche i monaci di Sera sono riusciti a uscire dal perimetro del monastero, e alcuni hanno raggiunto i manifestanti del Barkhor, prima di venire fermati e - alcuni di loro - arrestati. Secondo i siti del dissenso, da lunedì pomeriggio tutti i più grandi centri religiosi sono stati circondati dalla polizia, nel timore che questi inediti e rischiosi focolai di ribellione possano prendere piede su tutto l'altipiano occupato 60 anni fa dalle truppe dell'esercito popolare. In realtà la prospettiva delle Olimpiadi aperte ai mass media di tutto il mondo sembrano aver offerto ai tibetani dentro e fuori dal paese un'occasione unica, come non si presentava da anni. Oltre alle proteste di Katmandu - durante le quali oltre 150 monaci e civili sono stati feriti dalla polizia - continua nonostante il divieto delle forze dell'ordine la marcia di un centinaio di tibetani esuli partiti lunedì da Dharamsala con l'intenzione di attraversare il confine del Tibet cinese alla vigilia dei Giochi in agosto. (12 marzo 2008)

da repubblica.it

martedì 11 marzo 2008

LA MARCIA E' INIZIATA ..ed anche gli arresti

TIBET/ DHARMSALA BLOCCATA, DALAI LAMA ATTACCA PECHINO -
Toni insolitamente duri del leader spirituale in vista Olimpiadi
Dharmsala (India), 10 mar. (Apcom) -

Il Dalai Lama ha denunciato con forza la repressione cinese in Tibet, con dichiarazioni insolitamente dure e rilasciate nel giorno del 49esimo anniversario del suo esilio in India, ma soprattutto a cinque mesi dai Giochi olimpici a Pechino. Il premio Nobel per la Pace 1989 e leader spirituale dei tibetani, che da qualche mese gode di un rinnovato sostegno in Occidente, ha attaccato le "enormi e inimmaginabili violazioni dei diritti umani" commesse dalla Cina in Tibet, che arrivano a "negare la libertà religiosa": "Dopo circa sei decenni, i tibetani vivono in uno stato permanente di paura e sotto la repressione cinese", ha dichiarato Tenzin Gyatso di fronte ai suoi sostenitori raccolti a Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio nel nord dell'India. Affermazioni pesanti, pronunciate 49 anni dopo aver abbandonato Lhasa e in contrasto con i toni più moderati adottati nei confronti della Cina negli ultimi anni, anche se il Dalai Lama accusa regolarmente Pechino di mettere in pratica un'"aggressione demografica" a causa della colonizzazione accelerata del Tibet che sta portando l'area a un "genocidio culturale". Una centinaia di tibetani in esilio in India, che oggi hanno iniziato una marcia simbolica da Dharmsala, sono stati bloccati dalla polizia che ha impedito loro di proseguire verso il Tibet. "Abbiamo ordinato ai manifestanti di non lasciare il distretto di Kangra e se non rispetteranno l'ordine, saranno adottate misure necessarie", ha dichiarato il capo della polizia locale, precisando che si tratta dei desideri di Nuova Delhi. Tra i dimostranti anche una delegazione di radicali, tra cui il segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio d'Elia. Sempre oggi, nel vicino Nepal, un centinaio di rifugiati tibetani (una decina secondo altre fonti, ndr) sono stati arrestati dopo gli scontri con la polizia a Katmandu mentre tentavano di raggiungere la sede dell'ambasciata cinese. Più di mille dimostranti hanno sfilato a Nuova Dehli, alcuni di loro avvolti in garze sporche di sangue finto e con la sagoma degli anelli olimpici al collo, a rappresentare delle fiaccole olimpiche umane insanguinate. Il leader spirituale dei tibetani, ha tuttavia riaffermato il diritto di Pechino a organizzare i Giochi ad agosto, dopo che il capo del Parito comunista cinese della regione autonoma del Tibet l'ha accusato di tentare di "sabotare questo evento" sportivo mondiale. L'uomo fuggito dal Tibet nel 1959 dopo la fallita rivolta anti-cinese, ha da tempo abbandonato le rivendicazioni di un'indipendenza, ma non si stanca di chiedere un'"ampia autonomia" per tutelare la lingua, la cultura e la natura di questo territorio himalayano. "In questi ultimi anni, il Tibet è stato il teatro di una dura repressione e di brutalità sempre peggiori. Malgrado questi sfortunati sviluppi, rimango convinto a proseguire la mia politica della 'via di mezzo'", ha garantito. Secondo molti, il Dalai Lama, frustrato di fronte al rifiuto della Cina di discutere di un'autonomia "culturale", sta esercitando pressioni su Pechino in vista delle Olimpiadi, moltiplicando le sue apparizioni sulla scena internazionale. da:www.TibetanUprising.org :KATHMANDU-Le autorità cinesi oggi in Tibet hanno arrestato decine di monaci tibetani che inscenavano una marcia di protesta nel capoluogo regionale, Lhasa.Una fonte autorevole, che ha rifiutato di essere identificata detta RFA's (servizio tibetano) parla di 300 monaci fuori dal monastero di Drepung in Lhasa circa 10 km (5 miglia), in piedi al centro della città.Autorità a un checkpoint hanno interrotto il cammino e arrestato tra il 50 e il 60 monaci,secondo la fonte. Testimoni raccontavano di aver visto circa 10 veicoli militari, 10 veicoli della polizia, e ambulanze al checkpoint.Nessuna informazione è disponibile su dove i monaci sono stati presi e perché le ambulanze siano stati convocate. Un altro testimone ha riferito che i veicoli ufficiali hanno poi bloccato la strada di accesso al monastero di Drepung, e che molti monasteri attorno a Lhasa erano circondati da membri dei paramilitari People's e polizia armata.11 arrestati sono stati identificati e questi i loro nomi: Lobsang Ngodrub, Lobsang Sherab, Lodroe, Sonam Lodroe, Lobsang, Tsultrim Palden, Geleg, Pema Karwang, Zoepa, Thubdron, and Phurdan. No further details were available.

venerdì 29 febbraio 2008

Usa, record della galera

Primato mondiale: «dentro» un americano su cento


Gli Stati uniti d'America hanno demolito un altro primato mondiale: uno studio del Pew Center ha scoperto che la popolazione carceraria americana è la più consistente del mondo. Oltre l'1% della popolazione adulta nell'anno in corso ha passato del tempo dietro le sbarre.Gli Usa non hanno detronizzato nessuno, il primato era già loro, ma le cifre hanno raggiunto il massimo di tutti i tempi. Quest'anno sono stati arrestati 2,3 milioni di cittadini americani, molto di più che in altri paesi con grandi popolazioni carcerarie come Cina (1,5 milioni di carcerati), Russia (890mila) o Iran. La percentuale degli Stati uniti è di 750 carcerati ogni 100mila abitanti: in Sudafrica è di 341, in Iran di 222, in Cina «solo» 119. Monumentale anche l'entità della spesa carceraria, che aumenta a un ritmo sei volte maggiore della spesa per l'istruzione secondaria, per un totale di 55 miliardi di dollari l'anno. Secondo il Pew Center, l'aumento dei carcerati non rispecchia un aumento dei crimini ma solo un inasprimento generalizzato delle pene. Alcuni stati come Texas e Kansas hanno cercato di spopolare le galere sostituendo le pene carcerarie con sanzioni diverse (obbligo di firma, lavoro per la comunità eccetera). Scorporando i dati emergono altre sorprese. Tra i maschi tra i 24 e i 30 anni uno su trenta è in galera, ma tra i maschi neri della stessa età è dentro uno su nove. E' in carcere una donna bianca ogni 355, ma una donna nera ogni 100.

lunedì 25 febbraio 2008

La politica dei cannoli

di FRANCESCO MERLO da repubblica.it

Berlusconi e il suo scudiero Micciché hanno ammazzato "cummari Turidda". E non è la Cavalleria rusticana. In nome della solita politica sicialiana dei cannoli il cavaliere Berlsuconi, sorretto alla staffa da Miciché, ha infatti fatto fuori Stefania Prestigiacomo, la bella Turidda malandrina di Forza Italia. Al suo posto, come avevamo amaramente e facilmente previsto, il candidato del centrodestra al governo della Sicilia è Raffaele Lombardo. Mummia replicante di Totò Cuffaro che, dato per spacciato per motivi giudiziari, fu proditoriamente insolentito dalle furbizie dei suoi ex amici Micciché e Dell'Utri alla ricerca truffaldina di un'immagine antimafia, di una faccia pulita, di un progetto rigeneratore con cui catturare la buonafede degli allocchi, dei siciliani presunti allocchi. Senza alcuna ironia, Micciché aveva chiamato la morte apparente di Cuffaro "rivoluzione siciliana", ma era solo l'accanimento della iena sul cadavere dell'amico. Perché una cosa deve essere chiara: umanamente Cuffaro vale molto più del suo interessato denigratore che ha sempre e solo lucrato. Prima, sulla fortuna elettorale di Cuffaro e, dopo, sulla sua sfortuna giudiziaria. Il bottino della transazione fintamente anticuffariana è la promessa che ieri gli ha fatto Berlusconi di una poltrona ministeriale. Già sprofondato nel suo feuteuil, ieri il pugnace Micciché ha detto: "Una volta al governo, difenderò la Sicilia e sarò il garante del rinnovamento". Una comica siciliana così prevedibile e banale non avrebbe meritato alcuna considerazione se non ci fosse stata di mezzo l'idea della doppia candidatura pulitamente femminile a sinistra come a destra, Finocchiaro-Prestigiacomo, due donne come risorsa di semplice genialità: antimafia e antiretorica, antivischiosità e antivittimismo, anticlientele e antipolitichese, anticannoli e anti vasa-vasa. E ancora: contro l'onnipotenza impunita della burocrazia regionale, contro i nani e contro i padrini...
La bellezza antimafia era una bella invenzione che circolava in Sicilia da un po' di tempo e che tutte le persone per bene, di destra e di sinistra, corrette e scorrette politicamente, si erano augurate che si avverasse: sui giornali regionali, nei convegni universitari, nei salotti, nei club, nella Sicindustria, nei sindacati... Ebbene, il furbo Micciché ha capito che la trovata poteva tornargli utile e, nel giorno della famosa condanna festeggiata a cannoli, l'ha subito usata contro Cuffaro. Finché ieri, ottenuta come ricompensa la promessa del ministero, Micciché si è rassegnato a fare a meno della Prestigiacomo, si è rialleato con Cuffaro e ha benedetto Lombardo, pur lamentando con i cronisti la pressione "esercitata sul povero Berlusconi" da parte della "solita Sicilia pirandelliana" che, per la verità, non esiste se non come alibi del malaffare e come trastullo dei letterati impotenti. Dunque ieri Micciché citava e ricitava Pirandello. Ma sentite come ha spiegato il paradosso del partito di Casini-Cuffaro, l'Udc, che a Roma è contro Berlusconi ma in Sicilia è il suo alleato più prezioso. Gli ha chiesto il cronista dell'Ansa: "Nessun imbarazzo a livello nazionale?". Risposta di Micciché: "Evidentemente c'è un motivo per cui Kafka è nato a Vienna e Pirandello è nato in Sicilia". A questo punto il cronista dell'Ansa si è voltato verso un collega e gli ha domandato: "Ma Kafka non nacque a Praga?". Per la verità Micciché, professore immaginario che nel suo sito si spacciò per docente "nel Dottorato di ricerca in Trasporti", era stato già animatore di altri dibattiti culturali e meriterebbe, solo per questo, un ministero in "Male figure e strafalcioni". Fu per esempio coprotagonista di un duetto con il regista Luca Ronconi, al quale ingiunse di eliminare dalla messinscena siracusana delle Rane di Aristofane le caricature di Berlusconi, Bossi e Fini. "Ma questo chi è?" chiedeva Ronconi. "E' Micciché" gli rispondevano. E Ronconi: "Micci-chi?". Al di là degli infortuni culturali del suo staffiere siciliano (ne lasciamo l'elenco completo ai cabarettisti), ieri Silvio Berlusconi ha definitivamente consegnato la candidatura di governatore della Sicilia a Raffaele Lombardo, il più spregiudicato, il più potente ma anche il più banale dei politici della Trinacria ("trinacriuti"), l'uomo che ha scoperto il leghismo siciliano dopo le mirabolanti stupidate di Bossi e dopo l'indecorosa sepoltura dei sicilianismi d'antan di vacua presunzione, dai Vespri siciliani a Tasca Bordonaro a Canepa e, scadendo via via nel ridicolo, da chi voleva la Sicilia annessa agli Stati Uniti a chi la voleva (s)connessa alla Libia. Sino appunto agli attuali mostri dello Mpa (Movimento per l'autonomia) che coniugano il papismo borbonico con il vittimismo antieuropeista, la voracità dell'euro-accattonaggio con il ricatto ministeriale. E dunque: voli gratis per i siciliani, benzina a metà prezzo, "quote" siciliane ovunque si possa "bagnare il becco": in siciliano "bagnarisi 'u pizzu". Insomma Lombardo piazza un proprio uomo ubiquitariamente, purché ci sia lucro: dalle politiche agricole a quelle dei trasporti, dalla sanità all'istruzione, Lombardo gestisce una caccia al tesoro delle finanze derivate che mai nessun altro notabile meridionale aveva mappato con altrettanta, meticolosa, puntuale accuratezza "geocratica". Ecco: Lombardo ha elevato all'ennesima potenza il leghismo del mendicante. Da un punto di vista elettorale, Lombardo ha perfezionato il modello ruspante del suo profeta Cuffaro e oggi controlla il territorio proprio come i barboni presidiano gli ingressi delle chiese, le stazioni della metropolitana e le entrate dei supermercati. E sono entrambi medici, Lombardo e Cuffaro, come vuole il nuovo potere politico nel Meridione. Signori delle corsie, i medici al Sud sono spesso i nuovi ricattatori della salute - "o il voto o la vita" - , e gli ospedali sono le scuole di fedeltà, i luoghi dove si coltiva il consenso: hanno preso il posto delle sezioni di partito. Ebbene, in questa nuova politica del territorio, Lombardo sta a Cuffaro come Marx stava a Saint-Simon: il lombardismo è il cuffarismo scientifico. E infatti esteticamente la differenza è riassumibile nei baci che Lombardo non dà e nei baffi che Cuffaro non ha. Baci, baffi e cannoli: non dico che la Sicilia deve a Berlusconi tutto il corredo iconografico dell'antropologia del suo potere più sguaiato. Ma certamente Berlusconi ha perduto anche questa occasione storica: liberare la Sicilia dai baffi mongoli di Lombardo, dai baci levantini di Cuffaro, dai cannoli mafiosi, dai Kafka viennesi di Micciché e forse, finalmente, anche dall'abuso di Pirandello...: il prossimo che lo cita lo mandiamo all'ergastolo - 141 bis - e buttiamo la chiave a Praga. Tanto, loro la cercheranno a Vienna.
(25 febbraio 2008)